Sia ben chiaro:

Solamente una persona con gravi problemi psichici potrebbe ritenere questa accozzaglia di pensieri e parole come una testata giornalistica,anche perchè viene aggiornata senza alcuna periodicità.

NON PUO'PERTANTO CONSIDERARSI UN PRODOTTO EDITORIALE EX L.62 7/3/2001.



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martedì 6 marzo 2012

Have a cigarette?


“Scusa, hai una sigaretta?”
In effetti, il ragazzo è malconcio, non occorre una gran scienza per capire che vorrebbe ben altro fumo, ma non riesco a dirgli di no. Una sigaretta non la si nega neppure ai condannati a morte, e tuttora a me è rimasto il rimpianto di non aver potuto accontentare mio padre, che fino all’ultimo minuto di lucidità prima di andarsene ne reclamava, implorava, pietiva almeno una.
Da allora non riesco a dire no, a nessuno, voglio pensarlo come omaggio postumo alla memoria, ecco. Chè poi, a pensarci, la sigaretta è un simulacro. Un piacere solitario, da consumare fra sé e sé, che rimane tale anche quando si fuma in gruppo, tipo fuori dal ristorante o quando un treno fa una sosta “tecnica” prolungata in una stazione. A differenza di altri tipi di fumo, come quello che magari il malconcio auspicava, che invece hanno nella condivisione del piacere un mezzo ed al tempo stesso un fine.  Ognuno ha un suo modo di celebrare il tabacco, fattori culturali ed ambientali fomentano le differenze. Dalle sigarette russe col filtro di cartone per essere fumate coi guanti, a quelle che io ho ribattezzato cotton fioc; dal modello Bogart, un’icona per molti di noi, alla sensualissima Marlene Dietrich; dalle atmosfere sognanti delle donne di Helmut Newton alle poverecriste cui il parroco scaglia anatemi in quanto le loro sigarette sono la prova provata dell'esistenza del Maligno. Per tacere dell’iconografia anni’50 (spero limitata nel tempo) della donna che fuma per strada e quindi è sicuramente un po’ zoccola…..
E non tutte le sigarette sono uguali: e non certo per questione di marca. Quella da pausa pranzo è veloce, nervosa; lenta e gustosa è quella che ti gratifica dopo uno sforzo fisico o mentale; ridanciana è quella che si fuma tra amici dopo un brindisi. C'è quella consolatoria, quella della rabbia, della noia, delle malinconie; c’è quella “irrinunciabile” dopo il caffè, quasi un rituale. C’è quella per “fare un po’ il figo”: ai tempi della mia gioventù erano un classico, i ceffi con il pacchetto delle Marlboro nelle maniche arrotolate della camicia. C’è quella usata con l’alibi del “fa digerire” dopo una abbondante libagione; come quella un po’ ruffiana che offri per bendisporre l’interlocutore o una ragazza.
E non a caso l’unico luogo pubblico dove si possa ancora fumare legalmente, in Italia, sono le carceri: il legislatore ha avuto il buonsenso di non scatenare, con un eventuale divieto, rivolte inimmaginabili. Dopodichè, occorrerebbe riflettere sul fatto che sia meglio essere schiavi di un vizio ed essere impediti dal metterlo in pratica, oppure essere autorizzati ad attuarlo, ma in condizioni di prigionia. O se, alla fine, certe mura in realtà imprigionano anche chi non si accorge di averne addosso incombenti ed evidenti: e sono, forse, quelle più difficili da abbattere.