Sia ben chiaro:

Solamente una persona con gravi problemi psichici potrebbe ritenere questa accozzaglia di pensieri e parole come una testata giornalistica,anche perchè viene aggiornata senza alcuna periodicità.

NON PUO'PERTANTO CONSIDERARSI UN PRODOTTO EDITORIALE EX L.62 7/3/2001.



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sabato 18 febbraio 2012

Uno che passa di qui

“Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio” di Julio Cortazar

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinturino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

mercoledì 25 gennaio 2012

HO LA FEBBRE IN TUTTO IL CORPO...


Domenica 19 agosto 1928
Mia amica. Ho la febbre in tutto il corpo. Il tuo contatto mi ha riempito di tutte le dolcezze. Mai come in questi lunghissimi giorni, ho tanto centellinato i sorsi della vita. Prima vivevo le ore tranquille di Tantalo ed ora, oggi, l'oggi eterno che ci ha uniti, vivo, senza saziarmi, tutti i sentiti armoniosi dell'amore tanto cari a Shelley ed alla George Sand. Ti dissi - in quell'amplesso espansivo - quanto tempo ti amavo, ma vorrei dirti anche quanto ti amerò, perché il pane della mente che sa materializzare tutte le idealità elette dell'esistenza umana, ci sarà la guida più esperì a ,pieno di tante abilità, risolutrice di tutti i problemi nostri, che - e te lo dico con tutta la sincerità di un amico, di un amante di un compagno il nostro unisono bene sarà bello e lungo, godente e pieno di tutti i sentimenti, grande e sconfinatamente eterno. Quando ti parlo di eternità - tutto ciò che il cuore ha voluto ed amato è eterno - voglio alludere all'eternità dell'amore. L'amore mai muore. L'amore che ha germogliato lontano dal vizio e dal pregiudizio, è puro e nella sua purezza non si può contaminare e l'incontaminato è dell'eternità. Vorrei potermi esprimere sempre nel tuo idioma (Fina gli scriveva sempre in Castigliano, n.d.r.) per cantarti ogni attimo del tempo la dolce canzone dell'anima mia, farti comprendere i palpiti che percuote fortemente il cuore, le delicate figurazioni del pensiero mio che di te invaghitesi non potrà mai dare il "finis" della sua elegia. Ma d'altra parte - io che credo che il mio amore è da te contraccambiato con tutta la possanza della tua gioventù ancora in bocciolo, l'ho letto tante volte sulle tue nere pupille - mi contento nel sapere che per comprendere queste linee debbono essere rilette più di una volta da te. Tu non avrai tempo di scrivermi. Tu devi ancora dedicarti allo studio. Baciami come io ti bacio. Rendimi duplicato il mio bene che ti voglio. Sappi che ti penso sempre, sempre, sempre. Sei l'angelo celestiale che mi accompagna in tutte le ore tristi e liete di questa mia vita refrattaria e ribelle. Con te, ora e sempre.
Tuo Severino

Severino è Severino di Giovanni, e la lettera è indirizzata ad America Josefina Scarfò detta "Fina", italoargentina di origine calabrese (Buenos Aires 1913-26 agosto 2006). Siamo, appunto, nella Argentina degli anni ’20, tra anarchia, terrorismo, amore ed impegno politico. Qui, la figura romantica di Fina diventa un’icona negli ambienti anarchici. Sorella di Paulino ed Alejandro Scarfò, anarchici e compagni di lotta di Severino, si innamora a 15 anni di quest’ultimo, e ne condivide le sorti fino alla fucilazione, avvenuta il 1 febbraio 1931. La stessa sorte tocca il giorno seguente al fratello Paulino. Restata sola, in un mondo assolutamente nemico, continua a mantenere viva la memoria dei suoi cari, ed avuto notizia, negli anni settanta, che la polizia federale argentina è ancora in possesso delle lettere d'amore che Severino  le aveva scritto, intraprende una lunga lotta con la stessa, al fine di ottenerne la restituzione, che finalmente ottiene durante il governo di Carlos Menem.  Fina  intanto si è laureata in lingua e letteratura italiana, ha fatto l'editrice per decenni, prendendosi a 86 anni il diploma universitario di "traductora publica" dal francese continuando a frequentare, nonostante l’età, l'università di Buenos Aires. Tutto ciò per adempiere giorno per giorno al monito di Severino che prima di morire le ha raccomandato "Continua a studiare!".
La storia d’amore è stata raccontata da Maria Luisa Magagnoli nel romanzo biografico “Un caffè molto dolce” [Bollati Boringhieri, 1996]. Il racconto ripercorre le tappe della storia d'amore e d'anarchia che nel tempo si è diffusa e propagata a macchia d'olio dall'America Latina in tutto il mondo. L'insegnante Di Giovanni è emigrato da Chieti in Argentina con la moglie Teresa e tre figli, approdando per caso nell'abitazione della famiglia Scarfò, d'origine calabrese - la madre Caterina Romano originaria di Tropea e il padre Pietro Scarfò di Portigliola - la quale offre ai Di Giovanni, in affitto, parte dei propri locali. Dalla convivenza tra le due famiglie nasce l'amore tra il giovane e la quindicenne Josefina America. Le lettere che Severino di tanto in tanto fa recapitare alla ragazza contengono parole sublimi di ardore e passione che però danno un tono sempre rispettoso alla relazione tra i due, in contraddizione con il modus operandi dell'anarchico che predilige, in nome della sua libertà, le scorribande terroristiche cittadine dispensando dinamite e pallottole in decine e decine di attentati sanguinari. Per potere stare assieme a Severino, e quindi lontano dai suoi, America sposa, d'accordo con l'amante, un certo Silvio Astolfi che dopo la morte di Di Giovanni abbandona, troncando i rapporti con la propria famiglia.
"Come stanno le begonie?" è il primo punto di domanda che Severino rivolge ad America per rompere il ghiaccio di quella che sarà la loro relazione sentimentale. E' la frase che col tempo è divenuta "cult" tra i giovani [e meno giovani] argentini per auspicarsi che l'inizio dell'approccio amoroso vada verso il buon esito sperato. Da tempo è adottata nello scambio degli auguri in occasione della Festa di San Valentino. [Per la cronaca, la risposta di Fina è stata "Sono triste!"].
Arrestato e condannato a morte, a Severino viene concesso di salutare Fina, anch’essa detenuta, prima dell'esecuzione. Lei lo abbraccia, lui la bacia. Le chiede di badare ai figli che egli ha avuto con Teresa, sua moglie. America gli risponde: "Il tuo ricordo mi rimarrà fino alla morte". Lui la guarda con gli occhi pieni di lacrime e le dice:"Oh, Fina, tu sei così giovane!Devi continuare a studiare". Si baciano di nuovo. Fina esce, continua a guardarlo, per questo inciampa in una grata e Severino le dice: "Stai attenta!".
I principali giornalisti di Buenos Aires assistono alla fucilazione. La miglior cronaca è quella di Roberto Arlt che non aggiunge alcun commento da parte sua, si limita a descrivere quel “teatro irrazionale della forza bruta contro le idee. La scarica terminò con il più bello tra i presenti", come conclude il suo articolo per  il Buenos Aires Herald.
Il giorno seguente cade anche Paulino Scarfò dinanzi al plotone di fucilazione. Sia Severino che Paulino, prima d’esser fucilati, sono stati barbaramente torturati dalla polizia di Uriburu. Ma essi non fanno  il nome di nessun compagno. L’ultimo incontro tra Fina ed il fratello è brevissimo. Lei non riesce a dissimulare il proprio dolore nel vedere il suo volto gonfio. Lui la trattiene: "Non piangere". Poi, con molto affetto, aggiunge: "Povera ragazza". Le bacia una guancia. Lei lo bacia con forza e gli chiede: "Non vuoi vedere la mamma?".  Lui risponde: "No, non vedi come sto?". Gli si vedono tutti i segni delle torture. Poi aggiunge: “Sto desiderando che tutto questo termini una volta per tutte". La bacia. Fina lo riabbraccia, si guardano negli occhi, ma non piange. L’agente di custodia  sollecita [possiamo immaginare con quale garbo]  di farla finita. Fina se ne va, il passo deciso. Sia Severino che Paulino, di fronte all’ordine di far fuoco,  gridano con tutto l’ultimo fiato: "Viva l’anarchia!". Accade nel penitenziario di Buenos Aires, e le scariche sono talmente intense ed accanite da essere udite fino nei giardini del quartiere Palermo.  Nell’arco di 48 ore alla adolescente Fina hanno strappato due suoi grandi affetti. Resta sola, in un mondo assolutamente nemico. Ma combattiva, decisa, pugnace.
Ed innamorata di vita e di amore.

"Carissima, più che con la penna, il testamento ideale m’è scaturito oggi dal cuore, quando ho parlato con te: le mie cose, i miei ideali. Bacia mio figlio, le mie figlie. Sii felice. Addio, unica dolcezza della mia povera vita. Ti bacio molto. Pensami sempre.
Il tuo Severino".

mercoledì 4 gennaio 2012

Per rendersi conto che una strada è errata bisogna prima percorrerla


Un giorno, in un Puerto Escondido qualsiasi, in un certo punto della costa del Messico, sbarca dal suo yacht un giovane americano.
Il giovane viene accolto dalla piccola comunità di pescatori ed impiega poche ore per entrare in confidenza con uno di questi; così comincia a fare qualche domanda.
“Oh pescatore”, chiede l’americano, “quanto hai pescato stamattina?”
“Mah… poco”, gli risponde il messicano, “giusto quello che serviva alla mia famiglia, più quello che hai mangiato tu, ma il tuo è praticamente saltato sulla barca da sé.”
“E perché non hai pescato di più?”, insiste il giovane.
“Ehm… non mi serviva di più”, risponde un po’ stupito il pescatore.
“E quando non peschi, nel tempo libero, che fai?”
“Beh… faccio la siesta, gioco coi bambini, sto con mia moglie, poi la sera noi pescatori ci troviamo tutti là, al bar sulla spiaggia, l’unico che c’è, sai, per qualche birra…”
“Senti pescatore, io sono laureato ad Harvard e ci ho il Master in Business Administration… questo vuol dire che ho delle ottime idee per te e per il tuo futuro!”
“Ah…” risponde il pescatore un pelo insospettito, “e che idee sarebbero?”
“Niente guarda, tu devi occupare un po’ del tuo tempo libero per pescare un po’ di più, poi il pesce che ti rimane lo vendi ai ristoranti, oppure ad un’azienda che poi lo lavora…”
“Eh…”, dice il messicano con sguardo stranito, “poi?”
“…poi coi soldi che guadagni dal pesce venduto ti ci compri altre barche per pescare ancora più pesce da rivendere e fare ancora più soldi…”, prosegue il giovane businessman, “…con ancora più soldi magari ti apri un tuo stabilimento per trattare ed esportare il pesce che peschi e lo fai arrivare sulle tavole di tutto il mondo, bello no?”
“Come no”, risponde il pescatore, “ma tutta una roba così grande…, quei soldi…, qui nel paesino, che me ne faccio?”
“Ma no, pescatore” lo incalza il dollarista, “ovviamente ti devi trasferire a Città del Messico o a New York, creare una società, assumere amministratori, mantenere le relazioni coi clienti poi, quando ti sarai espanso abbastanza, potrai quotare l’azienda in borsa, vendere le azioni e raggranellare milioni di dollari. Pensa”, continua il manager ormai in estasi finanziaria, “tra venticinque o trent’anni potresti essere il presidente di una grande holding, vendere pesce in tutto il mondo, comprarti ville, auto, terreni.”
“Eh… bello… poi?”, chiede il pescatore divertito da tal delirio.
“Poi arriverai alla pensione talmente ricco che potrai acquistarti una casa in riva al mare e finalmente passare il tempo con tua moglie o a giocare coi tuoi nipoti, riposarti, dormire ed uscire con gli amici...”


Questa semplice storiella che gioca con l’idea contemporanea di lavoro e benessere, in cui per caso mi sono imbattuto, mi ha ricollegato al [leggibilissimo] libro di Paul Watzlawick che ho appena terminato: “Di Bene In Peggio. Istruzioni per un successo catastrofico” [Feltrinelli]. Quella che il businessman americano propone al rilassato pescatore sembra proprio somigliare ad una delle ipersoluzioni descritte da Watzlawick, ovvero una di quelle soluzioni definitive che, tentando di migliorare una situazione, finiscono col trasformala in catastrofe. Come spiega lui stesso nell’introduzione: “Caro Lettore! Esistono soluzioni per le quali non abbiamo ancora trovato una denominazione appropriata, e che si potrebbero forse chiamare ipersoluzioni. Il termine definisce un modo di affrontare i problemi che, pur essendo fondato sulle migliori intenzioni, finisce sempre con l’avere effetti controproducenti, più o meno nel significato espresso dal famoso bon mot dei medici: “operazione perfettamente riuscita, paziente deceduto.”

giovedì 22 dicembre 2011

Il tacchino di Natale

di Achille Campanile (in "Manuale di conversazione" - Rizzoli 1973)
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Il tacchino va bene per il Natale, 
ma il Natale non va bene per il tacchino. 
(Proverbio inesistente)


"I gesuiti, per opinione generale, introdussero il tacchino in Francia". 
Questa, in termini concisi, direi addirittura secchi, la notizia nuda e cruda tramandataci dalla storia. 
Intanto sul fatto che sia opinione generale, ho i miei dubbi. Per conto mio non ho nessuna opinione in proposito. Ho trovato l'asserzione nell'opera "Gli uccelli" di Figuer e per controllarla ho interrogato amici e conoscenti, su chi avrebbe introdotto il tacchino in Francia. Tutti, senza eccezione, si sono dichiarati incompetenti a rispondere. Perfino i cuochi. 
Comunque, diamo per buona la notizia. Da essa balzano anzitutto alcuni interrogativi: come mai i gesuiti introdussero il tacchino in Francia? che rapporti avevano quei religiosi con questo animale? e come mai, prima d'esservi introdotto dai gesuiti, il tacchino non era mai entrato sul suolo della nostra sorella latina? Dire per mancanza di passaporto, sarebbe voler scherzare. Come lo sarebbe dire che non vi erano ammessi i tacchini, perché è la terra dei Galli. 
Piuttosto, c'era forse qualche rete protettiva lungo i confini della Francia, appunto per impedire che il tacchino sconfinasse abusivamente? 
In qualunque modo si sia svolta la faccenda, immaginiamo la scena a cui allude la storia. Siamo presso il confine francese. Confine colla Svizzera, colla Spagna, colla Germania o il Belgio? Oppure con l'Italia? 
Questo, la storia non lo dice, ma la differenza conta. Voi capite che, se il tacchino entrò dalla Germania o dal Belgio, forse era accompagnato da fegato grasso tartufato, e quasi certamente da patate e da cavoli. Laddove, se la Spagna fosse stato il luogo di provenienza, il suo corteggio sarebbe stato a base di pomodori o di peperoni. Innaffiato da vino, se proveniente dal Sud o dall'Ovest; da birra, se da paesi fiamminghi. 
Dunque, sarebbe importante sapere da dove fu fatto il colpo. 

Escludiamo l'Italia, in quanto resterebbe poi da sapere da chi e come il tacchino fosse stato introdotto presso di noi. Ci sarebbero gli altri paesi. 
Immaginiamo la Spagna; i Pirenei. Zona di contrabbandieri che ben si adatta a un colpo di mano del genere e da all'impresa un colore romanzesco, uso Carmen. E' notte. Fischia il vento fra quelle gole selvagge. I gesuiti, che si sono proposti d'introdurre questo animale da cortile in Francia, cercano di fargli passare la frontiera spingendolo con giunchi, stuzzicandolo perché cammini. Il tacchino pettoruto incede e, dietro, la schiera dei religiosi. 
Ora, due sono le ipotesi: l'introduzione del tacchino avvenne palesemente o clandestinamente, visto che si trattava d'un animale ancora ignoto in Francia? 
Nella prima ipotesi bisogna immaginare l'arrivo al posto di frontiera. I doganieri vedono lo strano animale in compagnia d'una compagnia di gesuiti. Qualcuno ha un piccolo moto di timore. 
"E questo che cos'è ?"
"Il tacchino."
"A che serve ?"
"A farlo arrosto"
"Ohibò!"
"E' ottimo a Natale e a Capodanno."
"Bè, passi, allora."
Nella seconda ipotesi, bisogna immaginare i gesuiti che aspettano il calar della notte e indi s'avventurano a passar la frontiera clandestinamente con l'animale di contrabbando. Quante peripezie, quanti patemi, prima d'arrivare al mal passo! E finalmente, zitti!, ci siamo. In punta di piedi i gesuiti, fra le gole dei monti, passano in fila indiana, spingendosi avanti il tacchino. Non era prudente lasciarlo indietro, visto che poteva sperdersi o essere acciuffato da qualche malintenzionato. Proprio a un passo dalla frontiera la bestiaccia, manco a farlo apposta, si mette a fare: glu glu glu... 
Maledetto. I religiosi cercano di tappargli il becco. Cosa non facile. Ma sì! Quello starnazza. Rimbombano nelle tenebre notturne tre o quattro spari, i gendarmi confinari sono in allarme, s'odono di qua, di la, passi concitati nel buio, grida di "Chi va là ?". I gesuiti, immobili nelle tenebre, trattengono il respiro. Uno s'è ficcato sotto la tonaca il maledetto gallinaceo e gli tiene la testa avvolta nella gonna, perché non s'oda. Il tacchino si dibatte, ma viene trattenuto. Finalmente, torna la calma. Il pericolo è passato. In punta di piedi, i gesuiti riprendono il cammino, col tacchino avvolto in panni, a rischio di soffocarlo. 
Sia lodato il cielo, la linea è superata. Siamo in terra di Francia. I gesuiti lasciano libero l'animale e proseguono liberi, felici. 

Il tacchino è stato introdotto in suolo francese, nella terra della libertà, dove l'attende la padella. 
Ma forse, tutto questo non è che fantasia. Forse l'introduzione avvenne via mare, più probabilmente, poiché credo che il tacchino provenisse dall'America e che in Europa fosse ancora ignoto. 
Doveva essere il Sei o il Settecento. L'epoca dei galeoni, dei pirati, dei tesori nascosti nelle isole disabitate. Allora viaggiare per mare era un'avventura. 
Quante peripezie nella lunga traversata, durante la quale più volte l'incolumità del gallinaceo dovett'essere messa in pericolo dalle tempeste, dalle sollevazioni di un equipaggio poco docile e soprattutto dallo scarseggiare delle vettovaglie. Per tacere delle occulte e subdole mire del capitano in persona, desideroso magari d'offrire un pranzetto en tete a tete a qualche bella passeggera avventurosa, uso Manon Lescaut.
Mancavano i viveri a bordo. Equipaggio e passeggeri, deportati e deportate, languivano famelici nelle stive, fra tutte quelle lanterne, fra quelle botti, quei barili, quelle botole, scale, scalette, gambe di legno, e quegl'ingombri d'ogni specie che rendevano oltremodo difficile la circolazione sulle navi d'una volta e che, dopo alcuni secoli, dovevano rivelarsi provvidenziali per gli autori dei film di pirateria e filibusteria. 
Il capitano sa che c'è a bordo, chiuso in una gabbia, il misterioso pennuto. Un'occhiata d'intesa al cuoco, quasi certamente cinese. Un lampo di risposta sinistro, nello sguardo di questo. E appena cala la notte, malgrado la presenza a bordo di alcuni misteriosi personaggi - possibilmente con almeno una gamba di legno - un'ombra armata di coltello scivola nelle tenebre verso la stiva, si cala nel boccaporto. 
Un attimo d'attesa e subito uno starnazzare d'ali e un gorgoglio disperato, strozzato immediatamente. Il colpo e fatto. Tra poco nella cabina del comando sarà straziante e splendido vedere la salma del tacchino dorata dal forno, stesa immobile supina fra quattro candele, esalante quel profumo appetitoso, sulla tavola del capitano riccamente imbandita. E la bella deportata cederà le proprie grazie in cambio d'una dorata fetta del saporito gallinaceo. Eh, si potrebbe scrivere un romanzo sulla traversata oceanica del tacchino! Un romanzo nel quale converrebbe dare il debito posto anche alle proteste dei gesuiti, ai loro mille sottili artifizi per salvare il pennuto dal coltellaccio della cucina e portarlo sano e salvo in Francia. 
Dove evidentemente avevano intenzione di fargli fare la stessa fine, altrimenti non si spiegherebbe tutta la loro smania d'introdurlo nel vecchio mondo. 

Ma, ora che ci penso, perché ciò potesse avvenire, come avvenne, occorre che l'episodio della traversata oceanica relativo al pranzo offerto dal capitano alla bella deportata, a base di tacchino arrosto, si concluda in senso sfavorevole alle mire del capitano stesso, e' che il tacchino, per qualche drammatico avvenimento che potrebbe dar materia ad un interessante capitolo, sfugga al coltello del cuoco cinese. 
Allora, sorvoliamo su tutto ciò, per arrivare subito alla banchina del porto di Le Havre o di Marsiglia. E una mattina d'inverno nebbiosa e triste. Da qualche minuto è arrivato il pacchebotto d'oltre oceano e si sta procedendo alle operazioni di sbarco. Una compagnia di gesuiti s'appresta a scendere la scaletta, tutti stretti l'uno all'altro, come per nascondere qualcosa. Il doganiere li conta, controllando il registro di bordo:
uno... due... tre... Si, sono tutti, non ne manca e non ne cresce nessuno. 
Avanti. I gesuiti passano. Nel momento cruciale, proprio sotto gli occhi del controllore, s'ode un improvviso glu-glu soffocato. 
Che è? Chi è stato? Il doganiere guarda il gruppo con aria sospettosa. Non conosce ancora il tacchino, non sa che quello è il suo verso. Crede si tratti d'uno sberleffo. Fissa severo i religiosi, che passano seri, un poco pallidi. 
L'hanno scampata bella. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Ora fortunatamente il pericolo è  passato, il tacchino è in Francia, cioè in Europa, e comincia per lui la sua seconda vita: la fulgida era in cui verrà sempre più onorato nell'intiero vecchio mondo, oltre che nel nuovo, a Natale e a Capodanno. 
Certo, dovett'esserci anche un che di gesuitesco, nell'introduzione. Forse essa avvenne mercè qualche sottile accorgimento. Forse si finse d'introdurre altro, magari un semplice gallinaccio, un cappone. Forse si spacciò  il tacchino per un grosso colombo. O per una delle aquile romane, di ritorno. 
Ma qui mi viene il dubbio che l'eroe della nostra storia sia stato introdotto arrosto. In questo caso ci sarebbe tutto da rifare, circa le scene 
immaginate. Come riuscirono a passare, i gesuiti, con la teglia calda e il suo profumato contenuto? E dove e come avevano cucinato l'animale, non prima visto da altri? 
Interrogativi che attendono risposta. Ma l'essenziale è che ora esso c'è e ci resterà. 
E non rimane che fargli quella festa che merita.


giovedì 8 dicembre 2011

La veste dei fantasmi del passato

[Durante la importazione dei vecchi post, ho sbattuto la faccia su questo, che secondo WP è stato quello più letto in assoluto nella storia del fiume. Lo ripropongo perchè ogni tanto tornare sui propri passi non è solo un esercizio o una vanità, ma un sottile senso del sentirsi vivi]
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“Stiamo servendo il numero…sessantaaaaa!”
La voce fredda, robotica, vorrebbe avere parvenza femminile, ma di una donna così se ne farebbe, credo, volentieri a meno. Guardo il mio tagliandino, diciotto numeri più in là, non diciotto persone, come minimo, in fila.
Numeri.
Persone è un concetto che finisce come quel pane indurito nella grattuggia della signora con cappellino similpelle che vuole, appunto, “tre etti di pane grattato”.
Mi guardo in giro, mentre la calcolatrice mentale considera che al ritmo di un numero ogni due minuti diviso tre commesse ecc.ecc.
“Mo valà..pretendi che io ti creda?”La voce è calda, stavolta. Arrabbiata, fino al confine del rauco. Di femminile non c’è solo lei: ci sono i riccioli biondi che spuntano dalla cuffietta con ponpon, c’è il profilo delicato, ci sono questi occhi grandi che la telefonata sta rendendo acquosi.
Se lui la vedesse, anziché rantolare scuse al telefono, non potrebbe non capire e, di conseguenza, fare altro che vergognarsi.
La guardo, la sua altezza, impreziosita da stivali col tacco, mi fa pensare a quanto il concetto di bambolina a volte non sia solo un modo di dire.
“Ed era il caso? Ma allora sei proprio ciordo*”Si, sconosciuta vicina in fila, lo è. Lo è per forza. Perchè il verde dei tuoi occhi è troppo trasparente per nascondere qualcosa, ed in te si legge l’innamorata delusa.“…settantasette…”
Passa il tempo senza accorgertene, quando ti impicci degli affari degli altri. Mentalmente ripasso la quantità di pane da prendere, valutando che la domenica non sarà un raddoppio del solito e che comunque a casa mi aspetterà il solito “potevi, non potevi, tanto c’è, tanto non c’è”. Va bene, va bene lo stesso.
“..io non ti chiamo più, t’arrangi..”Va bene, bambolina, anche se l’istinto mi dice che non sarai sincera fino in fondo verso te stessa.
Raccolgo il mio sacchetto, il profumo mi piace, mi piace proprio, ed il calore che trasuda dalla carta è come minimo piacevole.
Come è piacevole, dopo, vedere gli occhi del ragazzo che presta amorevole cura al nastro grosso con cui la commessa gli sta avvolgendo la scatola di cioccolatini. E quando la penna scrive sul biglietto “alla mia Lei speciale” capisci che è sincero.
E che non puo’ essere che vero.
E che se al sabato mattina verro’ ancora qui a comperare il pane, non è detto che sia solo perchè si risparmia.
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*ciordo= termine dialettale per indicare uno stupido.

giovedì 1 dicembre 2011

Campanilismi

Qualche giorno fa, Akio, nel suo diario "A video spento", miniera di letture e riflessioni, ha citato un brano di Achille Campanile, vero e proprio Padre Nobile dell'umorismo e dell'ironia: qualunque libro suo è una fonte inesauribile di attrazione, intelligenza, divertimento.Esiste un sito a lui dedicato, una specie di buona cantina da cui il palato esce sempre soddisfatto ed appagato. Da lì, copio questa pagina dedicata al "famigerato" romanzo "Cuore" di De Amicis, una lettura che rasenta quasi l'horror in generale, e che nella critica di Campanile diventa uno di quei libri da leggere con una mano sola, l'altra essendo impegnata in gesti apotropaici. Buona lettura, quindi: un po' lunghetta, ma vale tutta fino in fondo, non escludendo le virgole.
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Le disgrazie di De Amicis non sono finite. L'ultima gli è capitata alla TV, dove in un dibattito pare che qualcuno abbia parlato male di lui. Dico pare, perché ho letto lettere di protesta nei giornali. È un fatto che molto alla leggera oggi si stronca tutto quello che è passato.E in «Cuore» è molto facile trovare frasi che, scritte per commuovere, da parecchi anni fanno sorridere e magari ridere. Quel mondo è una specie di Cottolengo, in cui i ragazzi sono pallidini e non ridono mai, molti hanno sempre l'aria spaventata, sembrano malatini, o hanno gli occhi buoni e tristi; spesso i padri li battono, molti hanno fame ma non hanno da mangiare, altri sono laceri e malaticci; le privazioni e le busse li intristiscono; qualcuno ha un braccio morto (perfino i bracci, morti!).

Gli uomini hanno una grande e severa barba nera e anch'essi non ridono mai. Le maestre sono tutte dimagrate, i maestri hanno tutti qualche pelo bianco di più nella barba; il maestro di quarta è zoppo, il maestro di ginnastica ha una cicatrice sul collo, il direttore della scuola è tutto vestito di nero (giurerei che è in lutto), sempre abbottonato fin sotto il mento (doveva essere allegro, a vedersi).

Quasi tutti sono o sembrano in lutto. Arriva il sovrintendente scolastico : «un signore con la barba bianca, vestito di nero». Anche il fratello di Enrico è malaticcio. Le madri sono quasi tutte malate. Enrico va a trovare un compagno di scuola e nella stanza trova la di lui madre in un gran letto, malata, con un fazzoletto bianco intorno al capo: visione quasi spaventosa, che ricorderebbe un po' il lupo di Cappuccetto Rosso, se la situazione non fosse tutt'altra. «Li avete presi i due cucchiarini di siroppo?», le dice il figlio.

Il maestro difende uno scolaro dai compagni che lo malmenano: «Avete schernito un disgraziato, percosso un debole che non si può difendere!»; non so quanto la difesa possa far piacere al malmenato. Uno scolaro «si leva sempre i peluzzi dai panni» (una classe di maniaci?); un altro cammina con le stampelle, essendo stato investito mentre salvava un compagno da investimento. «Anche la maestra era triste, oggi»; tanto per far cosa nuova.

Nemmeno i personaggi dei racconti mensili si salvano: la piccola vedetta lombarda: «Sono un trovatello!» (e poco manca che non aggiunga: «figlio di trovatello, discendente da un'antica famiglia di trovatelli»).

Il maestro si ammala gravemente e mandano a sostituirlo un maestro vecchio che è stato insegnante all'Istituto dei ciechi. La maestra di prima superiore, così pallida, e tossisce sempre! (Sta a vedere che muore anche lei). All'ex scolaro che, promosso, va in altra aula, dice con tristezza: «Non ti vedrò più nemmen passare!». E ha anche una punta di sadismo: «Ha voluto rivedere il letto dove mi vide molto malato due anni fa. Lo ha guardato per un pezzo e non poteva parlare». (Ma è guarito! Capirei fosse morto. Sta benissimo, invece).

Enrico annota: «La scuola, senza il maestro dell' anno scorso, non mi par più bella come prima». Sai quanto gli pareva bella, con l'altro maestro! Fortuna che c'è il nuovo maestro, «con la sua voce grossa ma buona! ».

E il padre d'Enrico! Una specie di Barbariccia del «Corriere dei Piccoli», sempre in agguato, per interloquire, far prediche, pronunziare frasi dal tono leggermente sinistro. Fin dal primo giorno di scuola. Un ragazzo è investito dall'omnibus; e lui: «Una disgrazia! L'anno comincia male!». Non è soddisfatto del figlio. Gli scrive lunghe lettere: «Ancora non ti vedo andare a scuola con quel viso ridente che vorrei». È una bella pretesa, che il figlio vada a scuola col viso ridente! Va a curiosare fra le carte del ragazzo, gliele riempie con postille e annotazioni; dove il figlio parla della gioia della prima nevicata: «Voi festeggiate l'inverno, ma ci son ragazzi che non hanno né panni né scarpe, né fuoco... Pensate alle migliaia di creature a cui l'inverno porta la miseria e la morte». E via, via, con un lungo elenco di disgrazie e miserie. Verissime, purtroppo. Ma il ragazzo non può nemmeno gioire per la prima nevicata. Il padre gli procura il magone.

Certe volte la predica non si basa nemmeno su fatti, ma su semplici supposizioni: «Il tuo compagno Stardi non si lamenta mai del suo maestro, ne sono certo...». E via, con una serie di confronti basati sulla supposizione che Stardi non si lamenti.

Sempre pronto a intervenire. Ferma il figlio che sta per ripulire la spalliera dove il muratorino in visita ha lasciato un'impronta di gesso. Potrebbe poi spiegare al figlio: «L'ho fatto perché tu non lo mortificassi», e basta. Invece gli scrive una lunga missiva: «Lo sai figliolo, perché non volli che ripulissi il sofà? Perché il lavoro non insudicia, perché, ecc. ecc, i calli..., la vernice..., la calce..., la pozzolana... ». E pensa a tutto. Quando viene in visita il gobbino, segretamente fa scomparire dalla parete il quadro che rappresenta Rigoletto, il buffone gobbo, perché l'ospite non lo veda. S'immischia, va curiosando. Vede un capannello per la strada: «Cos'è stato?»; sempre per trame motivi d'insegnamento al figliolo.

Spia il figlio perfino dalla finestra. E poi gliene scrive lunghe lettere. Non gli da respiro: «Tu hai urtato una donna. Bada meglio a come cammini. La strada è la casa di tutti. Tutte le volte che incontri un vecchio cadente, un povero, uno storpio con le stampelle... », e via, via, una lunga lista di persone a cui cedere il passo, sicché c'è da pensare che ben difficilmente il ragazzo potrà fare un passo avanti, per la strada. E poi una serie d'incombenze che assorbiranno completamente il tempo della gita e gl'impediranno di arrivare dove che sia, inchiodandolo al punto di partenza: raccogli il bastone al vecchio che l'ha lasciato cadere, sorreggi il debole che attraversa la strada, soccorri il fanciullo in pericolo, aiuta nelle ricerche chi ha smarrito qualche cosa...

La casistica è completa e particolareggiata: se vedi una persona a cui arriva addosso una carrozza, se è un bimbo tiralo via, se è un adulto avvertilo; se due ragazzi rissano, va' a dividerli; se a rissare sono due adulti, allontanati; se passa un arrestato fra gli agenti, pensa che potrebb'essere un innocente ingiustamente sospettato; se passa una lettiga d'ospedale, pensa che ci potrebb'essere un moribondo; se passa un funerale, pensa che potrebb'essere quello di qualche persona a te cara.

E poi istruzioni e raccomandazioni relative ai ciechi, ai muti, ai rachitici, agli orfani, ai fanciulli abbandonati, a coloro che sono affetti da deformità repugnanti o ridicole, ecc. ecc; nessun possibile incontro è trascurato, e, per ognuno, una particolare norma circa il modo di regolarsi.

E poi sono contemplati tutti i possibili casi che possano occorrere: spegni sempre ogni fiammifero acceso che trovi sui tuoi passi, che potrebbe costar la vita a qualcuno; rispondi a chi domanda la via; non guardare nessuno ridendo, non correre senza bisogno... Tutto è previsto, il ragazzo non avrà tempo per occuparsi di nessuna faccenda propria, assorbito come sarà in continuazione da piccole cure umanitarie; sempre occupato a raccattare cartacce, spegner fiammiferi, sollevare persone sdrucciolate, divider litiganti, puntellare vecchi malfermi.

Un misto fra il giovane esploratore, il vigile stradale volontario, il netturbino dilettante, il pompiere d'occasione, la guida, il cicerone, l'interprete. E alla fine, nella lettera: «Rispetta la strada!». Anche la strada! E poi: «E studiale, le strade! Studia la città dove vivi. Se domani fossi sbalestrato lontano... il ricordo dei luoghi dove movesti i primi passi al fianco di tua madre... le vie dove provasti le prime commozioni...». E via, via; per concludere: «E quando la senti ingiuriare {la città), difendila! ». (Sempre a menar le mani!).
Passano i soldati. Predica sui soldati: «Voi dovete voler bene ai soldati, ragazzi. Sono i nostri difensori, quelli che andrebbero a farsi uccidere per noi...». Giustissimo. Magari ci sono anche quelli che non andrebbero, se potessero.
Comunque, oggi queste cose fanno ridere. E magari farebbero ridere anche le osservazioni sulla bandiera. Sulla patria. «Retorica! », si dice. E della bandiera nessuno si ricorda più. E patria diventa un paese straniero, e perfino nemico. Magari si riverisce la bandiera d'un paese estero, e si irride alla propria. In Italia, beninteso. Che quelli di quegli altri paesi, queste cose le fanno fare e addirittura le esigono dagli altri; ma, per conto proprio, alla patria, alla bandiera (loro) credono.
Perfino durante le ore di lezione, il padre di Enrico, che evidentemente non ha altro da fare, continua ad aggirarsi intorno alla scuola. Scrive al figlio: «Aspettando l'uscita, io giro per le strade silenziose, intorno all'edifizio, e porgo l'orecchio alle finestre del pian terreno, chiuse dalle persiane». L'autentico Barbariccia di Tofano e del signor Bonaventura. «Da una finestra sento la voce d'una maestra che dice: "Ah! quel taglio di t! Non va, figliuol mio! Che ne direbbe tuo padre?" ».
Quanto agli svaghi, le uscite con la mamma sono fatte generalmente per portar biancheria a donnepovere, o a visitar scolaretti malati. Un giorno, gran festa. Scrive il piccolo Enrico nel suo diario: «Oggi ho fatto vacanza, perché non stavo bene, e mia madre mi ha condotto con sé all'Istituto dei ragazzi rachitici, dov'è andata a raccomandare una bambina del portinaio». Da cui si deduce:
a) che la visita all'Istituto dei ragazzi rachitici è considerato dalla brava signora una specie di ricostituente per bambini che non stanno bene;
b) che la bimba del portinaio del piccolo Enrico è rachitica. È ancora una pennellatina al quadro di zoppi, storpi, ciechi, gobbini, che circonda il piccolo e fortunato Enrico.
La maggior festa dell'anno, però, sembra essere il Giorno dei Morti. È l'unica a cui è dedicato un capitolo, sotto forma di lettera della madre. Natale, Capodanno, passano sotto silenzio. Un po' di spazio è dedicato al Carnevale, ma per farne racconto di disgrazie e oggetto di amare riflessioni. Del resto, questo è nel gusto del tempo. Ricordate il sonetto di Stecchetti: « Quando, lettrice mia, quando vedrai / impazzar per le strade il Carnevale, / oh, non scordarti, non scordarti mai, / che c'è gente che muore all'ospedale». Una specie di promemoria: uno vede impazzar per le strade il Carnevale e dice: «Ah, c'è gente che muore all'ospedale». Il degente all'ospedale vede attraverso i vetri della finestra impazzar per le strade il Carnevale, e pensa: «Meno male! C'è gente che si ricorda di noi».
Come se non bastasse il padre, anche la madre scrive lettere al piccolo Enrico. Una sui ragazzi rachitici; un'altra sul giorno dei morti.
Eppure, da tutto questo brulichio di storpietti, gobbini, zoppi, infelici, ciechi; da tutte queste prediche, viene fuori un mondo che tocca il cuore. Chi, ragazzo, non ha pianto per qualcuna di queste pagine, per qualcuno di questi personaggi? Un mondo intriso di lagrime, dove il sole quasi non brilla mai. Ma dove risplendono le idee di bontà, pietà, patria, bandiera nazionale, padre, madre, fratelli, scuola, maestri.
Oggi tutto è calpestato, irriso, contestato, come si dice. Non c'è più nessun Garrone, nessun Derossi, nessun piccolo patriota padovano, nessun Coretti, nessuna piccola vedetta lombarda, nessun piccolo scrivano fiorentino; o nessuno aspira ad esserlo. Si cercherebbero invano tipi come il tamburino sardo, l'infermiere di Tata, come il protagonista di «Dagli Appennini alle Ande». O magari ce ne sono, ma pare che facciano ridere.
Oggi, di tutto quel mondo ingenuo, se volete, perfino buffo, in certi aspetti, pare che conti soltanto e sia apprezzato soltanto il tipo Franti. Ricordate il personaggio Franti? «Franti, tu uccidi tua madre!», gli dice il maestro. «E quell'infame sorrise!». Oggi pare che sia apprezzato soltanto chi uccide, o vorrebbe uccidere, sua madre, suo padre, i fratelli, gl'insegnanti, la scuola, i vecchi, la patria.

                                                                   ACHILLE CAMPANILE

lunedì 28 novembre 2011

The great robbery


Se ne parla da qualche giorno, in coincidenza con l’arrivo del nuovo governo.
Abolire il contante: o per lo meno, limitarne l’uso a transazioni sino ad un certo limite (molti giornali, ed anche l’ex premier, ovviamente contrario, parlano di 300€). Eliminare il denaro contante porterebbe molti benefici, dato che il contante fa prosperare ogni tipo di mentalità e di illegalità e, suo tramite, si alimentano anche corruzione  ed evasione fiscale, dicono i favorevoli. Detto così, sembra il toccasana per una serie di questioni, nel nostro Paese, ormai endemiche.
Ma…
Ci sono anche dei “ma”, e non si tratta di problemi leggerini, anzi. Alcuni economisti liberal infatti sostengono che il denaro elettronico comporta una altissima pericolosità sociale: permette tecnicamente una possibile forma di espropriazione elettronica mediante flussi accentrati nel sistema bancario. E' una sostanziale delega formale del valore, anche del valore d'uso per noi tanto prezioso. Non a caso la circolazione elettronica attraverso la diffusione di bancomat e carte di credito è, per il sistema bancario, nient'altro che un moltiplicatore del denaro circolante, sulla base del quale viene moltiplicato diverse volte il capitale gestito che diventa, a sua volta, fittizio, speculativo, cartolarizzato e spezzettato in derivati, avente come base quello detenuto in forma elettronica. Non a caso sono state studiate le carte acquisti dei pensionati, come da noi le famigerate Social card. Quindi, la forma esclusiva del denaro elettronico è la fine del mercato e delle transazioni più o meno libere.
Per quanto mi riguarda, faccio un ragionamento molto elementare: sono a favore della riduzione della circolazione del contante per la semplice ragione della tracciabilità. Pagare tutto, come ad esempio si fa negli States, con la carta di credito, evita la noiosa prassi (o la pia illusione…) di richiedere lo scontrino fiscale; infatti l'acquisto è tracciabile sia per l'acquirente che per il venditore. Il problema vero sta nella mentalità; l'italiano è furbetto per natura, sono secoli che i furbetti fanno soldi e gli onesti stanno al palo. Oltretutto, una mia antica convinzione è che dalle nostre parti l'evasione fiscale sia voluta come forma di ridistribuzione sociale, almeno quella piccola, percettibile: scontrini, fatture et similia, quella cioè di cui siamo vittime (ma a volte anche complici) quotidianamente. Quella grande, che modella i debiti sovrani, i grandi fallimenti, la robbery vera e propria per intenderci, non viene mai percepita, pur essendo più che reale e strutturale, ed ha come strumento formidabile l'incontrollata ed incontrollabile forma elettronica.
Quella tra classi sociali, peraltro, è a dir poco odiosa: ma mentre in Norvegia, ad esempio, chi dovesse evadere le tasse viene considerato un criminale,  e non uno da cui prendere esempio, in quanto il suo non pagare le imposte comporta un danno verso la collettività, dalle nostre parti suscita ammirazione in quanto “furbo” o “vincente”. Fino a che non si raggiungerà un livello di consapevolezza simile a questa, ogni soluzione rappresenterà solamente un palliativo. Anche se a volte ne guarisce più il placebo che il principio.

lunedì 21 novembre 2011

martedì 16 agosto 2011

Una manciata di sassi.

Un mese fa aspettavamo un disco nuovo di Amy, ed io non avrei mai immaginato che avrei incrociato alla Malpensa le sue fans italiane di ritorno dal funerale, nello zaino il triste trofeo di caccia, un capo di quel vestiario che i genitori dell'ultima carcassa scarnificata dallo show system dal business ha regalato a chi aveva vegliato per strada. Come ci tenevano, al ricordo.
Un mese fa noi "eravamo usciti dalla crisi prima e meglio degli altri": azzo, avrebbe detto il Vate.
Un mese fa lei era solo un nome della "scuderia", qualche foto sui giornali "in tiro", truccata e plastificata come tutte quelle che saltellavano sul pollo anziano da spennare. Là, in sala d'attesa con mamma, papà e fratello-bodyguard d'ordinanza, faceva quasi pena: una delle rare volte in cui ho pensato che in certe famiglie concimano i figli col letame. Roba da rivalutare persino i [già disprezzati] genitori di Amy.
Un mese fa sapevo che al mare, se ti sporchi di catrame, la maniera migliore per pulirti era la carta oleata della mortadella. Nella mia ragnatela, ignoravo che la carta oleata, come la carta carbone o la carta velina, è sparita dalla circolazione ben prima dei dinosauri.
Un mese fa coltivavo la pia illusione che, se fossi rimasto sotto un ombrellone a leggermi un libro, avrei potuto solo coltivare me stesso: invece, alzare gli occhi e trovarmi di fronte un sosia minorenne di Jim Morrison è stato un colpo. Il fatto poi che i genitori si scambiassero la copia in tedesco di "Rolling Stone" lasciava poco spazio alla fantasia e molto al culto del Mito.
Un mese fa non avevo ancora letto "Corpi di scarto" di Elisabetta Buciarelli: lei è bravissima, è una che scrive col cuore e con la rabbia, talmente coinvolgente fino al punto che, leggendo il libro, avvertivo la puzza della discarica, non solo materiale ma soprattutto morale. La sosta all'autogrill al ritorno a casa dava corpo alla suggestione.
Un mese fa non avevo ancora visto "20 sigarette", film testimonianza [drammatica] di Aureliano Amadei sull'attentato di Nassirya. Dubito lo trasmetteranno in prima visione sulle reti Mediaset o su Raiuno.
Ultimo sasso: una persona a me molto cara ha scritto che ultimamente scrivere post è come mettere un messaggio in una bottiglia. E' la cosa più intelligente che abbia letto nell'ultimo mese, per il semplice fatto di essere vera in un mare inquinato e mefitico di silenzi e reticenze, di piccole e grandi ipocrisie, di convenienze e connivenza. Musica, maestro!