Due erano le
passioni che avevo sin da piccolo: il cielo stellato e la bicicletta. A
testimonianza della seconda, il fatto di aver passato il primo venti per cento
della mia esistenza con le ginocchia perennemente sbucciate; a ricordo della
seconda, il fatto di voler sempre andare in macchina con un mio zio, fratello
di mio padre particolarmente dandy, e felice possessore di Giulietta Spider
prima, e Fiat 124 Spider poi.
Gli altri si affezionavano al vento, io a guardare il cielo.
Quindi, due domeniche fa, provate ad immaginare l’emozione di poter incontrare
dal vivo Margherita Hack: l’occasione, un incontro in una libreria cittadina
per presentare il suo libro “La mia vita in bicicletta” (Ediciclo). “Un lungo
viaggio su due ruote attraverso i grandi eventi del Novecento”, recita la
fascetta.
Ma lei è molto di più che una grande astrofisica, o di una scafata ciclista
quasi novantenne: lei COMUNICA. E’ una grande affabulatrice, sa come attirare l’attenzione
e la si ascolta in silenzio, incantati, come astraendosi da una realtà che non sia
quella del suo narrare. Per dire, ha esordito affermando di aver “preferito oggi spostarsi a cavallo di un
neutrino, lungo il tunnel della Gelmini”, ed ha proseguito ripercorrendo la
sua vita con immancabile ironia toscana, e sempre tenendo presente il legame
con lo sport e con la bicicletta in particolare. Dal primo monopattino senza
freni alla bicicletta da corsa, dalle instancabili pedalate fino al Liceo
Classico Galileo di Firenze a quelle per andare all’osservatorio di Arcetri, la
sua vita privata e professionale con la bicicletta come punto di riferimento.
Al punto da avvalersene anche per un’efficace ulteriore dimostrazione delle
tesi di Galileo, in occasione di un volo in bicicletta conclusosi con una
ricaduta in sella: “non è stata fortuna ,
è stata la Fisica: facevo parte del sistema-bicicletta come si fa parte del
sistema-terra mentre il nostro pianeta gira”. Ma la passione per la
bicicletta è anche il ricordo degli anni della scuola, “il disagio di arrivare tutta scarruffata di fronte alle ragazze ben
vestite della borghesia fiorentina”, e soprattutto l’amore per Aldo, il
compagno di tutta una vita, anche quella sera in prima fila. E poi, la
bocciatura in matematica, l’esame di maturità evitato per lo scoppio della
seconda guerra mondiale, la scelta dell’antifascismo di fronte all’espulsione
della professoressa di scienze perché ebrea, l’iscrizione alla Facoltà di
Lettere -durata un’ora- e quindi la
scelta definitiva della Facoltà di Fisica.
Il
tutto raccontato con la sua spietata lucidità ed ineguagliabile sarcasmo, nel
colpire gli inganni e le assurdità tanto del passato quanto del presente. Anche
riguardo all’attualità ha le idee ben chiare: dal sistema universitario, che
forse “non è del tutto marcio, ma è certo
penalizzato da una miriade di piccole università di serie B”, all’energia
nucleare “che va investigata puntando
alla trasformazione di idrogeno in elio come accade nelle stelle”, al
progresso della conoscenza, che ci rivela “come
non siamo poi così piccoli, se in due secoli abbiamo scoperto tanto guardando
quelle lucine”. Riguardo poi alla politica di oggi, l’astrofisica sembra
piuttosto fiduciosa: “oggi c’è un governo
dove la gente sa leggere e scrivere e far di conto, magari le cose cambieranno”.
Alla
fine, si è soffermata a lungo a con noi “encantados”, un po’ per firmare le
copie del suo libro, un po’ beccandosi col pazientissimo consorte [“ ‘un
l’ha ancora capito che certe cose le si possono fare solo da vivi”], un po’
a ridacchiare con un paio di sue ex allieve.
Usciti
dalla libreria, vedere l’umanità varia intenta a spendere sulle bancarelle
natalizie mi ha fatto quasi impressione: ho alzato gli occhi al cielo, c’è
sempre da imparare.
Non
so perché, ma ho sorriso.