Uno
dei grandi miti dell’umanità è, da sempre, quello dell’invisibilità. Romanzi,
film, saghe, leggende, fumetti, insomma di tutto e di più. Non essendo riusciti
a far diventare l’invisibilità, almeno per ora, una tecnologia di massa, una di
quelle cose che fa figo (insomma, non
c’è per ora uno Steve Jobs a presentare un i-Nvisible)
c’è chi ha cercato un surrogato. Per gli automobilisti il surrogato è nascosto
(ma neppure troppo) in quel tastino che abbiamo a disposizione, quello con
sopra tanti triangolini uno dentro l'altro, grazie al quale le frecce davanti e
le frecce dietro lampeggiano contemporaneamente: le cd. Quattrofrecce.
Pensate
che storia: al guerriero tutto bardato ed armato che con voce roboante chiama “Excalibur”,
l’ometto insignificante che è in noi alza le spallucce ed obietta, con un certo
successo “ecchemefreegaame? Tanto ci ho
le Quattrofrecce, io”.
Inventate
in Germania, non a caso la terra dei Nibelunghi, fino agli anni Ottanta erano totalmente sconosciute in Italia: al
massimo le notavi con curiosità sulle macchine di qualche turista in Rivera Adriatica, ma
solo se era notte fonda, la Mercedes era rimasta sul ciglio della strada, col
cofano fumante, almeno tre ruote a terra, la marmitta persa duecento metri
prima e gli occupanti che sporgevano dagli sportelli aperti a vomitare anche l’anima.
Il tutto in un giorno di tempesta.
Ma
il genio italico, una volta arrivata l’arma micidiale anche sulle nostre
macchinette, ha saputo, e potuto, di più: fino a farle diventare, appunto, il
surrogato alla invisibilità di cui sopra. Non c’è nessun problema: dovete portare
i pupi a scuola, e non c’è un buco libero per metri e metri (già, perché lasciare
il pupo, foss’anche un bestione di un metro ed ottanta, a fare venti metri a
piedi è grave pregiudizio per la salute e per l’onore)? Bene, occupate la
fermata del tram, pulsantino magico, et voilà: nessuno potrà mai dirvi niente,
tanto ci avete le quattrofrecce, voi.
Dovete,
la domenica, comperare un cabaret di paste nella prestigiosa pasticceria che lavora così bene e che la crema come loro, e quelle alla frutta,
poi? Nessun problema: dato che i vostri gusti sono in media con quelli
della maggioranza di chi alla stessa ora nello stesso punto ha la stessa
esigenza, mentre altri si scannano per contendersi un sospirato posto nelle
strisce, voi lasciate la fiera scudiera con le Quattrofrecce aizzate, e nessuno
può permettersi di obiettare: in fin dei conti, vi sacrificate per la vostra
famiglia, e si sa che a parlare di famiglia dalle nostre parti si colpisce
sempre al cuore misericordioso del prossimo.
Chè
poi, anche linguisticamente (e le parole, si sa, sono macigni) la cosa ci sta
tutta: i libretti le chiamano luci di emergenza, e lo dice la parola stessa: emergenza, quindi qualcosa che emerge.
Un’idea, un’esigenza, una paura: ad esempio, quella di tornare a casa senza
essere passati dalla lavanderia a ritirare quel tal capo della vostra sposa che
ve lo ha ricordato telefonicamente e che voi, con aria sufficientemente
spavalda, avete liquidato col più convinto dei ci penso IO quando passo e che, ovviamente, avevate non pensato.
Ovviamente, dall’unica lavanderia sulla strada, in prossimità di incrocio
semaforico ai cui quattro angoli ci stanno la lavanderia stessa, il barbiere,
il negozio di telefonini ed il panettiere: ma senza le Quattro, come faremmo?
C’è
un solo, unico grande limite: che, in base al principio nazionale del cca nisciuno è fesso, tutti sappiamo
usare l’arma micidiale, e ne riconosciamo al volo l’uso altrui: e dato che non
è matematicamente possibile avere un popolo di tutti furbi, è assai più facile
pensare che credendoci in massa tali, non ci si accorga, tutti, di essere, alla
fine, un po’ coglioncelli.