Sia ben chiaro:

Solamente una persona con gravi problemi psichici potrebbe ritenere questa accozzaglia di pensieri e parole come una testata giornalistica,anche perchè viene aggiornata senza alcuna periodicità.

NON PUO'PERTANTO CONSIDERARSI UN PRODOTTO EDITORIALE EX L.62 7/3/2001.



Per contattarmi: rivedelfiume@tiscali.it
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mercoledì 21 marzo 2012

Non è tutto oro ciò che luccica


Il fenomeno è a dir poco impressionante: non ci avevo mai fatto caso prima, poi un incontro casuale [ed un commento di Leira nel post precedente] hanno dato il via alle considerazioni. Riassunte in una sola parola (in origine erano due, ma le necessità del marketing hanno compresso in una sola. E non solo le parole, sono compresse): i compraoro.
Spuntano come funghi, se persino nella cittadella -che per quanto riguarda l’apertura mentale è in pratica una comunità Amish ma che ama girare in Suv- se ne contano almeno una decina. Uno di questi, ed ecco l’incontro casuale, è di proprietà di un tizio che è talmente convinto della propria avvenenza da riempire col suo faccione le fiancate dei bus e decine di minuti di televendita sulla tv locale. Ad occhio, non credo abbia profondi studi di fisiognomica, ma poco o nulla conta. Conta, invece, che il suo negozio sia sempre pieno. Così, mentre lo vedo “di pirzona pirzonalmente” , vestito di eccellente fattura, occhiale alla moda, orologio che è più oro che logio, sorbirsi avidamente un eccellente e ricco aperitivo, penso che dietro quel bicchiere ci siano storie di affitti, bollette, mutui, spesa alimentare, figli da crescere e far studiare.
Tutte quelle voci di bilancio, insomma, difficili da sostenere quando la crisi colpisce, e colpisce duro.
Per questo sempre più spesso si tende a far ricorso alla vendita dei gioielli e dell’oro usato in cambio di denaro liquido. E dove c’è il miele, arrivano le api. In realtà, pare che aprire una bottega del genere non sia una impresa troppo complicata: basta trovare una vetrina  od un insegna ben colorate, la scritta “compro oro” a caratteri cubitali [ovviamente dorati], un po’ di cartellonistica ed un passaparola nei posti giusti, ed il gioco è fatto . Il boom è generato anche da una normativa dalle maglie larghe: non si paga l'Iva perché l'attività è considerata "di rottamazione". Il registro di carico e scarico merce è l'unica "prova" del passaggio di proprietà dell'oggetto preso in carico. E l'unico obbligo di legge, la registrazione dei dati del venditore, spesso viene ignorato. Non nel caso dell’ Avvenente, che invece è di una correttezza esemplare: ci ho accompagnato, un po’ per curiosità un po’ per doverosa assistenza, mia madre che doveva vendere un po’ di cose legate a ricordi da cancellare.
E mi ha stupito la coda: tra dentro e fuori, almeno una decina di persone.
Persone, e le storie che si portano dietro.
Con molto pudore, peraltro: ma non è difficile intuire che si tratta comunque di persone cui il reddito o la pensione non bastano di fronte ad una spesa imprevista, e che cercano di far quadrare il bilancio senza intaccare i sempre più risicati risparmi rinunciando a qualche oggetto ormai in disuso.
Come nelle banche del post precedente, il rapporto è squilibrato: quelle che sembrano quotazioni alte, sono in realtà pie illusioni. Basta fare un rapido giro per rendersi conto che si possono trovare sostanziose differenze di prezzo d'acquisto tra un punto e l'altro.
Tamponi per ferite, tappi di plastica su un buco troppo grande.
Chi vende è quasi sempre in forte difficoltà economica e ha ben poco potere contrattuale, quindi finisce per accettare prezzi bassi. Inoltre l'oro ritirato dovrebbe essere fuso per legge, ma questo non avviene sempre. Spesso, invece, gli oggetti di maggior pregio sono reimmessi in commercio, con margini di guadagno maggiori.
Una curiosità riportata sul Rapporto Eurispes: la corsa all’oro del terzo millennio si incentra non tanto sull’estrazione, quanto sul recupero del metallo prezioso da prodotti di largo consumo: le schede madri dei pc sono il più ricco giacimento di “oro di seconda mano”, e dai cellulari si può recuperare una discreta fortuna (da 1 milione di cellulari si ricavano 37,5 chili d’oro, 386 d’argento e 16,5 di palladio).
Insomma, se il mattino ha l’oro in bocca, spesso molte bocche mangiano proprio grazie all’oro: e non mi riferisco, ahinoi, solo a chi lo compra.

mercoledì 14 marzo 2012

Money, it's a crime


Avere conservato l’amicizia con un bancario può, a volte, essere un vantaggio.
Non tanto per chiedere eventuali favori (del resto con un magro salario da pubblico dipendente, a differenza di quanto avveniva una ventina di anni fa, erano i bei tempi dei “pochi, maledetti ma sicuri”, adesso non ti vengono a cercare neanche i cani), ma per aver un osservatorio previlegiato su usi e costumi. Quindi, colgo la palla al balzo per andare a trovare il mio vecchio amico amico vecchio D., funzionario di banca sin da quando eravamo insieme alle elementari. Così, mentre siamo nel suo ufficio davanti ad una enorme tazza di caffè,  tutti intenti in complicatissime questioni di alta finanza (alias, la consultazione dei volantini dei centri commerciali per decidere quale pc egli debba comperarsi) capita pure questo. Entra il giovane funzionario, si pavoneggia col suo look che sarà anche costruito sui bigliettoni lasciati nell’Emporio dello stilista con l’aquila, ma addosso a lui sembra più rubato nel sonno ad un testimone di Geova, ed incurante della privacy sghignazza con D. : “Lo sai che Tizio è in difficoltà, alla banca concorrente gli hanno revocato il fido? Adesso non c’è più il paparino a parargli il culo, anche lui è in sofferenza”. Poi mi guarda, e salta su: “Beati noi poveracci, almeno siamo abituati al nostro tenore di vita, questi tipi invece non hanno capito che  a far la bella vita prima o poi si paga. E poi, per non parlare dei commercianti che non fanno gli scontrini…”.
Poveraccio sarai tu, penso.
Il mio amico lo fulmina. In mezzo secondo, ha infranto non so quante norme del codice etico. 

“Lo prenderei a calci in culo, se potessi. Invece mi sa che  sarà lui a prendere a calci in culo me per il posto da direttore dell’agenzia”.
“ma dai, tu ormai sono trent’anni che sei qui”
“Eh si, ma io pago lo scotto di non seguire il trend…”
“Cioè? Spiegami”.
“Più o meno, dobbiamo essere lecchini nei confronti di chi versa, cani rabbiosi nei confronti di chi preleva o chiede tempo per rientrare dallo scoperto”
“E a chi chiede un mutuo?”
“Ma chi, chiede un mutuo, oggi?”

Resto sconfortato. Empatizzo. Del resto, masticandone un po’ e contando sulla amicizia disinteressata di D. [non mi ha mai neppure per scherzo proposto di aprire il conto nella sua banca, si riterrebbe in conflitto di interessi con la nostra antica e consolidata amicizia], ho avuto la prova provata di come certi “rampanti” bancar(ellar)i non sappiano davvero un emerito nulla di quello che sono obbligati a consigliarti se si parla di investimenti e titoli in genere. Sfiorano il ridicolo arrampicandosi sugli specchi. La settimana scorsa hanno contattato mia mamma per proporle un qualcosa: lei ha un conto corrente del quale sono cointestatario; qualche migliaio di euro, non certo grosse cifre.
Allora mi sono finto interessato non alle loro proposte, ma allo swap della Grecia. Ho indossato una magnifica faccia di bronzo (non greco) sostenendo di avere presso un’altra banca un dossier titoli di altrettante (poche) migliaia di euro che avrei anche potuto trasferire da loro, e che al suo interno comprendeva anche titoli di Stato della Grecia. Fingendo una ignoranza abissale, mi sono fatto spiegare cosa sia uno swap, quali alternative potrebbero esserci non aderendo, cosa ci avrei rimesso delle mie obbligazioni senior subordinate, ed altre domande fintoingenue simili.  Quando mi sono sentito dire che ”le obbligazioni senior sono titoli a lungo termine emessi tanto tempo fa che stanno per giungere a scadenza” ed al mio inevitabile “E quindi?” mi sono sentito rispondere “poi decide lei se e come reinvestire, ma non si aspetti grandi cifre proprio perché roba vecchia” stavo scoppiando a ridere. Ma anche un po’ a piangere: perché se il sistema bancario, come diceva Greenspan “è come le vene del corpo umano, mentre i soldi sono il sangue”, allora devo arguirne che, con flebologi così, non c’è da stupirsi se il sistema non stia in piedi.

[poi alla fine D. l’ ha scelto, il computer:  lo stesso che aveva in mente da un mese, non voleva pareri o consigli, ma solo conferme alla sua teoria. L’ho detto che a sei anni era già un bancario.]

martedì 6 marzo 2012

Have a cigarette?


“Scusa, hai una sigaretta?”
In effetti, il ragazzo è malconcio, non occorre una gran scienza per capire che vorrebbe ben altro fumo, ma non riesco a dirgli di no. Una sigaretta non la si nega neppure ai condannati a morte, e tuttora a me è rimasto il rimpianto di non aver potuto accontentare mio padre, che fino all’ultimo minuto di lucidità prima di andarsene ne reclamava, implorava, pietiva almeno una.
Da allora non riesco a dire no, a nessuno, voglio pensarlo come omaggio postumo alla memoria, ecco. Chè poi, a pensarci, la sigaretta è un simulacro. Un piacere solitario, da consumare fra sé e sé, che rimane tale anche quando si fuma in gruppo, tipo fuori dal ristorante o quando un treno fa una sosta “tecnica” prolungata in una stazione. A differenza di altri tipi di fumo, come quello che magari il malconcio auspicava, che invece hanno nella condivisione del piacere un mezzo ed al tempo stesso un fine.  Ognuno ha un suo modo di celebrare il tabacco, fattori culturali ed ambientali fomentano le differenze. Dalle sigarette russe col filtro di cartone per essere fumate coi guanti, a quelle che io ho ribattezzato cotton fioc; dal modello Bogart, un’icona per molti di noi, alla sensualissima Marlene Dietrich; dalle atmosfere sognanti delle donne di Helmut Newton alle poverecriste cui il parroco scaglia anatemi in quanto le loro sigarette sono la prova provata dell'esistenza del Maligno. Per tacere dell’iconografia anni’50 (spero limitata nel tempo) della donna che fuma per strada e quindi è sicuramente un po’ zoccola…..
E non tutte le sigarette sono uguali: e non certo per questione di marca. Quella da pausa pranzo è veloce, nervosa; lenta e gustosa è quella che ti gratifica dopo uno sforzo fisico o mentale; ridanciana è quella che si fuma tra amici dopo un brindisi. C'è quella consolatoria, quella della rabbia, della noia, delle malinconie; c’è quella “irrinunciabile” dopo il caffè, quasi un rituale. C’è quella per “fare un po’ il figo”: ai tempi della mia gioventù erano un classico, i ceffi con il pacchetto delle Marlboro nelle maniche arrotolate della camicia. C’è quella usata con l’alibi del “fa digerire” dopo una abbondante libagione; come quella un po’ ruffiana che offri per bendisporre l’interlocutore o una ragazza.
E non a caso l’unico luogo pubblico dove si possa ancora fumare legalmente, in Italia, sono le carceri: il legislatore ha avuto il buonsenso di non scatenare, con un eventuale divieto, rivolte inimmaginabili. Dopodichè, occorrerebbe riflettere sul fatto che sia meglio essere schiavi di un vizio ed essere impediti dal metterlo in pratica, oppure essere autorizzati ad attuarlo, ma in condizioni di prigionia. O se, alla fine, certe mura in realtà imprigionano anche chi non si accorge di averne addosso incombenti ed evidenti: e sono, forse, quelle più difficili da abbattere.

martedì 28 febbraio 2012

Prendila così.....




..insomma, la fatal domanda è giunta: cosa rimpiangete di Splinder? 
E, viceversa, cosa avreste voluto avere di ciò che avete trovato solo nelle nuove "casine"?

[di là, rimpiango i pvt: facili e comodi. Ed ad aver avuto di là il salvataggio del post in corso avrei risparmiato ingrossamenti al mio fegato e "scassamento di cabbasisi", per dirla alla Montalbano]

sabato 18 febbraio 2012

Uno che passa di qui

“Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio” di Julio Cortazar

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinturino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

venerdì 10 febbraio 2012

Cat power

Nevica.
Leggo Repubblica.
Ho una gatta come coinquilina.

Quindi, se capita di leggere sul giornale che "Il mondo senza i gatti sarebbe un vero inferno", mentre la mia gatta si nasconde per paura del vento che accompagna i primi fiocchi di neve, non posso che coccolarla e rassicurarla. 

Ed apprezzare questo video scovato sul Tubo, giusto omaggio alla razza felina:




mercoledì 8 febbraio 2012

Profezie che si autoavverano


[moneta greca da 1 euro -2002. Più espliciti di così...]

venerdì 3 febbraio 2012

Best of week

[da vecchio seguace dovrei amareggiarmi, ma sentire "Lusi in the sky with diamond" m'ha fatto piegare in due...]

giovedì 12 gennaio 2012

Morte di un connesso viaggiatore


[e il naufragar è dolce in questo virtualmare]


Che poi uno con internet si fa una cultura.
Ad esempio, sei una ragazza e vivi in una centrale nucleare? Metti a riposo il tailleur, indossa un bikini sgargiante e concediti un paio di autoscatti: parteciperai al concorso Miss Atom. Se non ti senti così scissa, in Baviera potrai sempre trovare al "Brain Sciences" di Monaco qualcuno che ti legge nel cervello prima ancora che le tue sinapsi si coniughino in azioni. Se la materia grigia non è il tuo punto forte, c’è sempre la vista. Un paio d’ore al giorno davanti ai videogiochi per un mese migliora del 20% la capacità di identificare al volo le lettere di un test oculistico, parola dei ricercatori di Rochester, Usa. E addio all’antico rimedio delle carote. Il nobile ortaggio è ormai appannaggio delle mucche del Jersey: un allevatore assicura che, da quando ne sono diventate ghiotte, le sue producono un gustoso latte rosa.

Sono alcune delle chicche che vengono tranquillamente spacciate per notizie sul web. La decenza poi non permette di approfondire temi importanti quali il doppio vibratore collegato all’iPod, quanto fosse cessa Cleopatra [come da ricostruzione da cameo di 2000 anni fa], o l’hostess che si ricicla sex bomb per sedurre ad alta quota…
È dura la vita del connesso viaggiatore, peggio del naufrago di Thomas Eliot. Correnti sottomarine di silicio gli spolpano i neuroni in sussurri, mentre affiora e affonda tra un sito e l’altro entra nei gorghi di bit, fino al flutto profondo del mare telematico, che tutto assorbe e debella.
Ne esce madido quando alza la testa dallo schermo, sputa un giga di fiotto d’acqua e guarda attorno. Finalmente è tornato alla realtà. A quel mondo fatto di uomini e donne in carne e ossa, di aria e micropolveri, di traffico e di parcheggi, biciclette e ciclabili. Scontrini mai dati, code in tangenziale, benzina millesimata,  lavoratori e lavoratori in nero. Caste varie ed assortite che vengono difese da sindacati, partiti e istituzioni (ormai la stessa cosa, a giudicare dai componenti che migrano da una parte all’altra) che, come nello Stato di Don Raffaè, si costernano, s’indignano, s’impegnano poi gettan la spugna con gran dignità.
Trovi tutto quello che cerchi, nella realtà di internet. Un passatempo per tutte le età. C’è la scuola, i bambini, la ricreazione, le botte al professore. Ci sono gli street bar, gli aperitivi e le donne tiratissime, per farti vedere quant’erano belle 20 anni prima. Ci sono i bar e i centri sociali. La tua amicizia con Charlize Teron come quella con Bruce Springsteen. È tutto a portata di mano. Basta riaccendere il computer, aprire il browser, cliccare un segnalibro ed il nostro naufrago riprende la sua zattera, la spinge lontano dalla riva e torna in mare aperto. Sognando Miss Atom, ma sperando che in Baviera non prevengano quello che vorrebbe fare con Miss Atom; giocando coi videogiochi per vedere lontano, possibilmente non con uno di quelli dove debba ammazzare delle mucche. O spingersi fino a riva, per riuscire a sbirciare se davvero quel latte è rosa, e lassù in alto, per verificare se quell’hostess vale una trasvolata in prima classe.
In fondo, come nell’opera di Miller, “un viaggiatore deve sognare. I sogni sono i ferri del mestiere”.

lunedì 19 dicembre 2011

Un anno di spot


24.12.2010.«Il 2011 sarà l'anno della ripresa» (Silvio Berlusconi).

12.1.2011. «L'ipotesi di una nuova manovra correttiva in Italia è irrealistica. Non c'è nessuna necessità di farlo, e ad oggi non c'è alcun rischio di questo tipo» (Silvio Berlusconi).

8.4.2011. «Mai saputo niente» (Giulio Tremonti, in risposta a chi gli chiedeva di una possibile manovra di correzione dei conti per giugno).

13.4.2011. «Non abbiamo emergenze o urgenze. Fare un drammatico intervento su 2011? È una visione pessimistica. Noi abbiamo per obiettivo il pareggio 2013-2014 e in funzione di quello dobbiamo fare calcoli e conti. Escludo lacrime e sangue» (Giulio Tremonti).

29.4.2011. «L'Italia ha messo alle proprie spalle il picco della crisi meglio degli altri paesi europei. L'Italia è riuscita a superare il punto critico della crisi economica internazionale ottenendo anche la fiducia dei mercati. Abbiamo realizzato una vera e propria mission impossible: e l'abbiamo fatto senza mettere mai le mani nelle tasche degli italiani» (Silvio Berlusconi).

4.5.2011. «Non è prevista nessuna manovra correttiva sui conti pubblici per il 2011» (Luigi Casero, sottosegretario al Tesoro).

5.5.2011. «Il mio vocabolario è abbastanza ristretto, manovra è una parola che non capisco...» (Silvio Berlusconi, rispondendo con una battuta a chi gli domandava se fosse in vista una manovra correttiva).

5.5.2011. «Non è così» (Silvio Berlusconi, in risposta a chi gli chiedeva, a Porta a Porta, della necessità di una manovra da 40 miliardi per il pareggio di bilancio).

9.6.2011. «Quest'anno faremo un'opera di manutenzione di qualche miliardo, tre miliardi. Faremo nei prossimi anni quello che abbiamo già fatto negli anni precedenti. Non si tratta di nulla di preoccupante. [In totale] Non sono 33 miliardi per niente, state tranquilli, inutile andare a preoccupare i cittadini per cose che non sono vere, andremo avanti con uno 0,7-0,8 di Pil, non c'è da preoccuparsi» (Silvio Berlusconi).

14.6.2011. «Quello che abbiamo già fatto è sufficiente» (Giulio Tremonti, su una eventuale correzione dei conti pubblici per il 2011 e 2012).

16.6.2011. «Abbiamo le idee chiare e non siamo preoccupati dell'impatto che [la manovra] potrà avere sull'opinione pubblica» (Silvio Berlusconi).

24.6.2011. «La manovra non avrà una cifra molto elevata» (Silvio Berlusconi).

26.6.2011. «Tutti gli organismi internazionali di controllo hanno dato dei pareri molto positivi sulla nostra attività di governo, hanno riconosciuto che nei primi tre anni di governo abbiamo operato al meglio e abbiamo posto i conti pubblici in sicurezza, al riparo dagli attacchi della speculazione internazionale» (Silvio Berlusconi).

30.6.2011. «Il popolo italiano capisce. La sua richiesta è quella di essere rigorosi e seri. La gente è molto favorevole a questa disciplina» (Giulio Tremonti).

30.6.2011. «Siamo stati ligi a non mettere le mani in tasca agli italiani ma qualche 'cosina' la abbiamo pensata, ma sono cose di pochissimo conto: pensavamo, per esempio, di eliminare il bollo auto ma ci sembrava logico che per grandi auto si potesse fare una piccola aggiunta» (Silvio Berlusconi).

7.7.2011. «L'ho annunciato io stesso in conferenza stampa, il governo è assolutamente aperto a modifiche durante l'iter parlamentare senza però che sia modificato il saldo finale» (Silvio Berlusconi; il saldo in realtà è lievitato, da allora, da 50 miliardi a 87,7).

3.8.2011. «Il nostro Paese è solido. Abbiamo fondamentali economici solidi. Le nostre banche hanno superato gli stress test europei mentre ovunque è aumentata l'incertezza. (…) l'evoluzione dei conti pubblici è più favorevole che in altri Paesi avanzati. Grazie alla azione di finanza pubblica del nostro governo, i conti sono migliorati e abbiamo un deficit di bilancio meno ampio di quanto indicato (5%) e comunque più basso di altri paesi area europea» (Silvio Berlusconi).

9.9.2011 «noi abbiamo una Stato indebitato ma dei cittadini benestanti ecco perché l'Italia è all'ultimo posto in Europa per il debito pubblico, ma diventiamo il secondo Paese in Europa per solidità e benessere dopo la Germania se facciamo l'aggregazione del debito pubblico con quello privato» (Silvio Berlusconi).

20.9.2011. «Le decisioni dell'agenzia sembrano dettate più dai retroscena dei quotidiani che dalla realtà delle cose e appaiono viziate da considerazioni politiche» (Silvio Berlusconi, alla notizia che S&P taglia il rating sulla capacità dello Stato di far fronte al debito).

4.10.2011 «L'Italia è tra i pochissimi paesi al mondo che ha un avanzo primario. L'avanzo primario cresce. Noi siamo in controtendenza - è il doppio della Germania, mentre nel caso della Spagna potrebbe dipendere dall'annuncio di nuove elezioni» (Giulio Tremonti, quando per la prima volta nella storia dell’euro lo spread italiano supera quello spagnolo)

4.11.2011. «Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita è la vita di un Paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni» (Silvio Berlusconi).
__________

Tanto per non scordare......



sabato 10 dicembre 2011

A quatre pas d’Ici

Stamattina, mentre trafficavo con statuette, capanna, muschio cinese, sangiuseppe che assomiglia ad uno dei Pooh, ecc.ecc. , mentre ripensavo alle polemiche di questi giorni sulla esenzione dall’Ici per le attivita’ di culto e quelle di assistenza sociale, oltre che per le attivita’ commerciali svolte da enti e realtà riconducibili alla Chiesa Cattolica, mi è balenata un’idea: facendo il Presepe, sono esente anch’io, adesso che il governo Monti reintroduce l’imposta, dall'ICI? 
Mi impegno a tenerlo tutto l'anno, ed in più sto facendo anche un'opera di carità e beneficenza mantenendo i miei figli ed un gatto. Dò loro ospitalità gratuita, li vesto, provvedo alle loro necessità quotidiane e somministro loro gratuitamente pure tre pasti al giorno. Inoltre non nego bevande calde e generi di conforto agli amici dei miei figli, alle amiche di mia moglie, sintonizzo i televisori di mezzo condominio, aiuto parenti e conoscenti degli stessi, nonchè i rispettivi vicini di casa, nelle pratiche burocratiche, dò consigli finanziari, tutto rigorosamente gratis.
Credo che basti per configurare casa mia come luogo di culto ed ente caritatevole. Praticamente sono una onlus: dovrei detassare il mio stipendio.
Allora telefono alla commercialista, e sulla base di queste considerazioni, le chiedo: posso esimermi dal pagare l'Ici? Posso avere qualche altra agevolazione? Posso richiedere il 5x1000? Mi impegno a sostituire le varie musichette natalizie lasciando acceso tutto il giorno su Radio Maria.
Risposta acidula della stessa: "La capanna del presepio in casa va considerata come pertinenza dell’abitazione, pertanto tassata come seconda casa". Poi, non paga di aver umiliato il mio sentito credere: "Dove hai comprato l'asinello?  Hai pagato in contanti?  Avevano il POS rotto? Ricordati di accatastare il bue e l'asinello e ricordati che pagano la tarsu in funzione della spazzatura che producono".
E poi dice che uno si butta a sinistra.

giovedì 24 novembre 2011

Beata 'ncoscienza


Oggi, giorno di pioggia.
In quell’anta di mobile che apro raramente, un pacco di vecchie riviste. Tra cui una di informatica di fine anni 90, titolo che strombazza i magnifici destini che attenderanno i fortunati utenti che passeranno al neonato Windows ME, i prezzi in lire di prodotti ed accessori,  quando un masterizzatore interno da pc veleggiava sul mezzo milione, una stampante laser costava quanto uno scooter, e così via. Poi, e questo mi ha fatto riflettere,  un articolo in cui si magnificava il livello raggiunto dai programmi di dettatura vocale. Costavano solo qualche centinaio di $, necessitavano solo di macchine che costavano come una buona Panda di seconda mano,  esigevano solo una fase di apprendimento di qualche decina di ore, richiedevano solo una pronuncia priva di inflessioni dialettali (e guai ad avere il raffreddore) e sbagliavano pochissimo, solo una parola su 10, ma solo a patto di essere in un ambiente silenzioso e con un microfono “noise reduction”, che costava come un treno di gomme per la Panda succitata. 
Si abbozzavano, nell’articolo, le enormi complessità della cosa, bisognava fare in tempo reale la trasformata di Fourier, scomporre la frase tentando di individuarne le componenti ed era indispensabile un minimo di analisi semantica. Solo una decina di anni prima le prime sperimentazioni necessitavano di hardware dedicato che facesse tutti i conti, dal costo di decine di migliaia di $ (dei tempi); inoltre ogni lingua aveva particolarità proprie, quindi un programma che funzionava bene per l'inglese doveva essere pesantemente modificato per comprendere l'italiano, e non è detto neppure che alla fine non richiedesse pesanti interventi manuali di correzione.
Oggi, giorno di pioggia.
Mentre  sono in macchina -quindi un ambiente rumoroso- fermo nella classica colonna da “tutti in macchina perché piove”, ripenso a quel vecchio articolo, schiaccio –anzi sfioro- un tasto sullo schermo di un telefono Android da pochi soldi, e dico quello che voglio annotare. Nonostante non abbia fatto nessun tipo di training, nonostante io abbia pesantissime inflessioni dialettali, nonostante l'ambiente pieno di rumori, vedo scritto su schermo quello che dico, praticamente senza errori. Sfioro un altro paio di tasti, ed eccoli qua, adesso, i miei pensieri, belli (insomma…) pronti da condividere e discutere insieme.
Riflessione #1: troppo spesso sottovalutiamo la quantità di lavoro, fatica, ricerche e studi che sono stati necessari per avere queste cose, le diamo per scontate. Di conseguenza, non le valutiamo quanto meritano.
Riflessione #2: troppo spesso trascuriamo che noi facciamo con pochi soldi cose che una volta -ma neanche tanto tempo fa- richiedevano investimenti notevoli.
Riflessione #3: e quindi?

martedì 22 novembre 2011

test #2

Sto provando a traslocare, ma lungo è il cammino. Sono solo prove tecniche...scusatemi, ma sono impedito....

lunedì 21 novembre 2011

giovedì 25 agosto 2011

Tempo (ir)reale

Tra le meraviglie del Digitale Terrestre, nella versione per poveracci [cioè quelli che non si lasciano impietosire a versare l’obolo ai canali a pagamento, nonostante gli inviti del buon Amendola figlio che entra in casa con la grazia di chi abbia appena fatto a pezzi con un’ascia un  povero capitone] un discorso a parte lo merita RealTime, che dal nulla è già arrivato ad essere l’ottavo canale in chiaro più seguito d’Italia.
In effetti, quando ci si sfascia in divano e non si ha voglia di pensare, un canale del genere è una manna: programmi brevi, replicati più volte, che fanno non pensare, anzi, in un paio di casi aiutano a digerire pensieri contorti. Ne seguo alcuni [tengo famiglia…] ed il mio orecchiocchio si ricorda di questi:
Paint your life. Una biondina, l’aria complessiva da ciellina, armata di taglierine per il legno, cementite, cazzuola, trapano, rivettatrice, pennelli, ecc.ecc. ristruttura da sola interi appartamenti, rimette a nuovo mobili vetusti, ricicla qualunque cosa le capiti sotto mano, magari puntando uno sguardo accusatorio verso lo spettatore con un implicito “chi di noi non ha in cantina un divano di fine 800, un casco da parrucchiera, un tavolo da geometra, uno scatolone di piastrelle in graniglia?” . L’ho vista trasformare una cassettiera in lavabo, creare un armadio con le cassette da frutta, ricavare da una valigia di cartone, modello muratorino sulla Freccia del Sud negli anni 50, una cuccia per cani [a condizione che siano molto magri, mi sa].
I suoi lavori non sfigurerebbero nell’arredamento di una baracca sulla striscia di Gaza, ma lei è così contenta.
Il Boss delle Torte. Sembra la versione, ambientata in una pasticceria, di un film di Scorsese: abbiamo un pasticcere italoamericano, Buddy, circondato da italoamericani [i suoi colleghi ed amici hanno nomi tipo Frankie, Vinnie, Fonzie, Al, Carlos] che sembrano gangster sotto copertura, proprietario, appunto, di una pasticceria nei sobborghi di New York. Nel suo negozio si sfornano torte dalle dimensioni e forme più incredibili, il cui gusto deve essere comunque discutibile. Però è divertente seguire la preparazione: ogni volta, nel laboratorio, gli animi si riscaldano ed esplodono risse [non solo] verbali tra i vari pasticceri, solitamente sedate dal mitico Buddy, la cui democratica filosofia è "Qui dentro il capo sono io, quindi si fa quello che dico io!".Tra l’altro, nel doppiaggio la voce di Buddy è tremendamente simile a quella di De Niro-Al Capone in “The Untouchables”. A conferma che….
Cerco casa disperatamente / Vendo casa disperatamente. In "Cerco casa" un'agente immobiliare molto milanese   -bella donna, ma che da piccola deve essersi vestita per Carnevale da  Crudelia De Mon, ed ancora non ha smesso il trucco -  gira l'Italia accompagnando dei tizi scandalosamente ricchi alla ricerca della casa dei loro sogni. Mediamente il budget degli acquirenti parte dal milione di euro in su.  Solo una volta ho visto una coppia di sfigatelli, due fidanzatini 25enni che, poveri, avevano a disposizione “solo” 600.000 euro per la loro prima casa. Anziché chieder loro dove spacciassero per avere, così giovani e solo per la casa, una cifra pari ad un trentennio di lavoro delle persone medie, Crudelia li ha apostrofati con un “Beh, il budget è decisamente risicato, è praticamente impossibile trovare una casa che costi così poco” . La versione "Vendo" è molto simile, ma i protagonisti sono appunto i venditori, che propongono appartamenti con qualche difetto più o meno grave (bagni da rifare, parquet malmessi, infiltrazioni, cucine adatte solo per puffi, etc.etc.). Per gli aggiustamenti la De Mon si rivolge ad architetti perennemente in sospeso tra la genialità ed il daltonismo.
Cortesie per gli ospiti. Un trio di personaggi   -uno chef di professione, un esperto di bon ton, ed una interior designer - entrano in una casa in cui si abbuffano come oche da ingrasso, toccano tovaglie ed arredi con una punta schifata, dato che qualunque cosa non sia bianca è “cafonal”, trovano estremamente maleducato il fatto che il portasale&pepe non dialoghi coi quadri alle pareti, ed alla fine segano a metà la gente che li ha ospitati con frasi del tipo: “un consiglio? Non faccia più entrare sua moglie in cucina” o “i mobili della sala sono molto prevedibili”: ci vorrebbe che qualcuno mettesse i sanitari in sala e il letto in cucina, tanto per rendere meno noioso l’arredamento.  Verrebbe voglia di invitarli a casa, ed appena sicuri che tutti e tre sono sullo zerbino, far aprire sotto i loro piedi una voragine. Solo che poi, durante la caduta, lo chef direbbe che gli arbusti sulle pareti sono poco digeribili, l’esperto di bon ton direbbe che è poco educato sotterrare gli ospiti da vivi e la designer direbbe che nella voragine l’illuminazione non è trendy.
Little Miss America. E' un programma terrificante in cui mamme e papà rigorosamente ‘mmericani , tra l’altro nella maggioranza dei casi oggettivamente bruttarelli, costringono le loro bambine, persino ancora in fasce e che "sfilano" in braccio ai genitori, ad atteggiarsi a pornostar, con vestiti assurdi e decisamente succinti, parrucche, trucco esagerato che neppure ai compleanni di Casoria….Ecco, chi ai miei tempi usava il termine “americanata”, troverebbe qui pane per i suoi denti.  
Ma come ti vesti. Alias: come trasformare una ragazza normale, spesso carina o con un fisico perfetto,  e dal guardaroba assolutamente comune,  in una similzoccola pronta a partecipare alle “cene particolarmente eleganti” di una celebre villa brianzola. Lo conducono un tizio, Enzo, che ad occhio fa sembrare il GayPride una vecchia cartolina in biancoenero;   ed una biondina platinata, Carla,  che è tutta un fiorire di alliur, tricò, autluk per serate sciccose, animaliè….Una volta c’era una ragazza che non era affatto grassa, magari un po' tondetta, ma nell'insieme proporzionata: l’hanno trattata come un’ obesa deforme e senza speranze. La tipa si stava mangiando un bombolone al bar, entra Carla, la guarda come se al posto della pasta avesse visto un topo morto, e le urla dietro che “sono troooopppeee calorieeee!!!”. Entrambi, poi, non considerano neppure che una poveracrista esca di casa senza un tacco almeno 12. A loro discolpa, c’è da dire che le vittime della trasformazione sono segnalate da amiche in odore di astinenza sessuale,  o da fidanzati che accusano la propria partner di sciatteria per poter accampare scuse per guardare le altre donne: un bel bestiario.
Cucine da incubo. Il protagonista è un famoso chef inglese, Gordon Ramsay, classico biondino con la faccia da cagacazzo [scusate il francesismo] che cerca di salvare un locale dal fallimento grazie alle sue idee, sia riguardo all’organizzazione che al cibo ed all'arredo stesso dei ristoranti. La prima mazzata è la pulizia, che a quanto pare lascia molto a desiderare, al punto che guardando una puntata mi sono tornati su dei peperoni grigliati che mangiai a Londra nel 1979. In ogni puntata lui arriva con quest’aria da nazistello, scoppiano liti ferocissime tra lui ed i proprietari e/o chef: Ramsey deve aver fatto studi diplomatici con Mourinho e Sgarbi, ma i titolari  non hanno idea di dove stia di casa l’umiltà. Cavolo, gente che sta fallendo miseramente, che prepara piatti al cui confronto i sacchetti per la raccolta differenziata dell’umido del mio condominio sembrano menù a 5 stelle, si permette di alzar la voce con uno dei più Michelinstellati chef del mondo? O sono scemi, o sono ben pagati per sembrarlo.
Però, guai, GUAI!! a chi mi tocca “Cucina con Ale”: una piccola parte della mia sopravvivenza alimentare la devo alle cose che ho imparato a cucinare da lui. Che sarà un po’ “cartone animato vivente”, come dice mia figlia, o uno “chef fighetto” come dico io, ma regala l’illusione che cucinare bene sia facile. Ed a volte, con le dritte giuste, lo è davvero. E senza neppure il bicarbonato…

venerdì 10 dicembre 2010

Due mani


Poi succede che il tempo passa, le cose si consumano e si logorano, ed arriva la mattina in cui ti trovi in buchetta un biglietto del caposcala che ti “ricorda” che la porta del garage è da riverniciare. Allora tu, che in cuor tuo sai di essere bisognoso di consigli, ma che non ti rivolgeresti mai (“orgoglio, e poi vergogna di me stesso”) ad alcuno dei tuoi condomini, compresi quei tuttologi che trasformano i pomeriggi estivi, grazie all’uso dei loro maledetti attrezzi da lavoro, in rumorose sessioni che riecheggiano quelle delle gloriose Officine Breda in Milano, ti poni la fatidica domanda: che fare?
Allora ho chiesto consigli a chi mi amministra: ai politici. Così, mi sono messo di buona lena, ho inviato la foto della porta semiarrugginita ad alcuni prestigiosi ed autorevoli esponenti politici, e ne ho ricevuto i seguenti consigli.
Tremonti: “Pev vivevniciave la tua povta, fai compevave la vevnice da tuo cognato titolave di pavtita IVA, che la povtevà in detvazione; poi inizi a dipingeve, ma dopo due pennellate fai vipovtave il bavattolo indietvo al negoziante,con la scusa che olezza; te ne fai dave uno nuovo in cambio, dal quale attingevai altve due pennellate, poi vipovti indietvo anche quello, e così via finchè non finisci la povta. A quel punto, con l’ultimo bavattolo che vestitusci, ti fai fave un buono spendibile pev una pvossima occasione, e magavi ti compvi un altvo oggetto coi soldi che vispavmi dalla vevnice, povca tvoia!”.
Fini: “Cavoli tuoi: mio cognato non ha di questi problemi”
Casini: “Tu devi riverniciare quella porta per il bene tuo e di tutta la tua famiglia”
Scajola: “Non saprei cosa dirti. La mia la riverniciano a mia insaputa”.
Rutelli: “Vai tranquillo, scenderà su di te lo Spirito Santo, e la sua mano guiderà la tua”
Bersani “Oh, ciccio, se vai alla Coop c’è il 20% di sconto sulle vernici e sui pennelli, sorbole!”
Vendola: “ C’è poesia nel dipingere una porta: lascia fluire la vernice come il blu di un cielo infinito ed il pennello come il vento tra le fronde, ed il lavoro ti sarà leggero e dolce”
D’Alema: “Una porta, tsè…il dipingere, il “pittare” come si dice da noi, è tutta un’altra cosa”
Bossi: “te, te devi da adupera’ smalto all’acqua, l’acqua del Dio Po, e la porta si vernicerà da sola”
Il Cavaliere (nota: non lo nomino, perché di sicuro mi taglierei sulla ruggine e mi verrebbe il tetano, come minimo): “Ma cribbio….in che condizioni è questa porta! Del resto, in un palazzo costruito dalle cooperative rosse….Fa schifo, mi fa orrore….perché voi siete i…i…i soliti….comunisti!”
Maroni: “Tipica porta da terroni”
Veltroni: “E’ un po’ come in quel film, “La staccionata”, con Buster Keaton..non possiamo non ricordare Buster Keaton, tutti noi nati negli anni ’50 siamo cresciuti a panini, figurine e Buster Keaton….un maestro per tutti quelli venuti dopo”
Mussolini (nel senso di Alessandra): “Non ci metto bocca”
Carfagna: “Non ci metto lingua”
Gelmini: “Puoi lavorare sotto l’ egìda di un buon manuale del faidathe”
Santanchè: “Quante storie! La fai dipingere da un clandestino e quando ti chiede i soldi tu chiama i carabinieri”
Cordero di Montezemolo: “ Ad occhio, tu hai il know how per realizzare con piena soddisfazione un very good job. Peccato non possa usare il Rosso Ferrari, ne uscirebbe un gioiellino”
Ma il consiglio forse migliore (tutti buonissimi, per carità) mi è arrivato da Di Pietro: “Eh santa madonna, che ci vo’? Un pennello, un barattolo, un maglione vecchio…mica devi stare a taglià il salame col cucchiaio..”
Però lo smalto lo vado davvero a comperare alla Coop, tiè.