Sia ben chiaro:

Solamente una persona con gravi problemi psichici potrebbe ritenere questa accozzaglia di pensieri e parole come una testata giornalistica,anche perchè viene aggiornata senza alcuna periodicità.

NON PUO'PERTANTO CONSIDERARSI UN PRODOTTO EDITORIALE EX L.62 7/3/2001.



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giovedì 12 gennaio 2012

Morte di un connesso viaggiatore


[e il naufragar è dolce in questo virtualmare]


Che poi uno con internet si fa una cultura.
Ad esempio, sei una ragazza e vivi in una centrale nucleare? Metti a riposo il tailleur, indossa un bikini sgargiante e concediti un paio di autoscatti: parteciperai al concorso Miss Atom. Se non ti senti così scissa, in Baviera potrai sempre trovare al "Brain Sciences" di Monaco qualcuno che ti legge nel cervello prima ancora che le tue sinapsi si coniughino in azioni. Se la materia grigia non è il tuo punto forte, c’è sempre la vista. Un paio d’ore al giorno davanti ai videogiochi per un mese migliora del 20% la capacità di identificare al volo le lettere di un test oculistico, parola dei ricercatori di Rochester, Usa. E addio all’antico rimedio delle carote. Il nobile ortaggio è ormai appannaggio delle mucche del Jersey: un allevatore assicura che, da quando ne sono diventate ghiotte, le sue producono un gustoso latte rosa.

Sono alcune delle chicche che vengono tranquillamente spacciate per notizie sul web. La decenza poi non permette di approfondire temi importanti quali il doppio vibratore collegato all’iPod, quanto fosse cessa Cleopatra [come da ricostruzione da cameo di 2000 anni fa], o l’hostess che si ricicla sex bomb per sedurre ad alta quota…
È dura la vita del connesso viaggiatore, peggio del naufrago di Thomas Eliot. Correnti sottomarine di silicio gli spolpano i neuroni in sussurri, mentre affiora e affonda tra un sito e l’altro entra nei gorghi di bit, fino al flutto profondo del mare telematico, che tutto assorbe e debella.
Ne esce madido quando alza la testa dallo schermo, sputa un giga di fiotto d’acqua e guarda attorno. Finalmente è tornato alla realtà. A quel mondo fatto di uomini e donne in carne e ossa, di aria e micropolveri, di traffico e di parcheggi, biciclette e ciclabili. Scontrini mai dati, code in tangenziale, benzina millesimata,  lavoratori e lavoratori in nero. Caste varie ed assortite che vengono difese da sindacati, partiti e istituzioni (ormai la stessa cosa, a giudicare dai componenti che migrano da una parte all’altra) che, come nello Stato di Don Raffaè, si costernano, s’indignano, s’impegnano poi gettan la spugna con gran dignità.
Trovi tutto quello che cerchi, nella realtà di internet. Un passatempo per tutte le età. C’è la scuola, i bambini, la ricreazione, le botte al professore. Ci sono gli street bar, gli aperitivi e le donne tiratissime, per farti vedere quant’erano belle 20 anni prima. Ci sono i bar e i centri sociali. La tua amicizia con Charlize Teron come quella con Bruce Springsteen. È tutto a portata di mano. Basta riaccendere il computer, aprire il browser, cliccare un segnalibro ed il nostro naufrago riprende la sua zattera, la spinge lontano dalla riva e torna in mare aperto. Sognando Miss Atom, ma sperando che in Baviera non prevengano quello che vorrebbe fare con Miss Atom; giocando coi videogiochi per vedere lontano, possibilmente non con uno di quelli dove debba ammazzare delle mucche. O spingersi fino a riva, per riuscire a sbirciare se davvero quel latte è rosa, e lassù in alto, per verificare se quell’hostess vale una trasvolata in prima classe.
In fondo, come nell’opera di Miller, “un viaggiatore deve sognare. I sogni sono i ferri del mestiere”.

mercoledì 4 gennaio 2012

Per rendersi conto che una strada è errata bisogna prima percorrerla


Un giorno, in un Puerto Escondido qualsiasi, in un certo punto della costa del Messico, sbarca dal suo yacht un giovane americano.
Il giovane viene accolto dalla piccola comunità di pescatori ed impiega poche ore per entrare in confidenza con uno di questi; così comincia a fare qualche domanda.
Oh pescatore”, chiede l’americano, “quanto hai pescato stamattina?
“Mah… poco”, gli risponde il messicano, “giusto quello che serviva alla mia famiglia, più quello che hai mangiato tu, ma il tuo è praticamente saltato sulla barca da sé.”
E perché non hai pescato di più?”, insiste il giovane.
“Ehm… non mi serviva di più”, risponde un po’ stupito il pescatore.
E quando non peschi, nel tempo libero, che fai?
“Beh… faccio la siesta, gioco coi bambini, sto con mia moglie, poi la sera noi pescatori ci troviamo tutti là, al bar sulla spiaggia, l’unico che c’è, sai, per qualche birra…”
Senti pescatore, io sono laureato ad Harvard e ci ho il Master in Business Administration… questo vuol dire che ho delle ottime idee per te e per il tuo futuro!
“Ah…” risponde il pescatore un pelo insospettito, “e che idee sarebbero?”
Niente guarda, tu devi occupare un po’ del tuo tempo libero per pescare un po’ di più, poi il pesce che ti rimane lo vendi ai ristoranti, oppure ad un’azienda che poi lo lavora…
“Eh…”, dice il messicano con sguardo stranito, “poi?”
“…poi coi soldi che guadagni dal pesce venduto ti ci compri altre barche per pescare ancora più pesce da rivendere e fare ancora più soldi…”, prosegue il giovane businessman, “…con ancora più soldi magari ti apri un tuo stabilimento per trattare ed esportare il pesce che peschi e lo fai arrivare sulle tavole di tutto il mondo, bello no?
“Come no”, risponde il pescatore, “ma tutta una roba così grande…, quei soldi…, qui nel paesino, che me ne faccio?”
Ma no, pescatore” lo incalza il dollarista, “ovviamente ti devi trasferire a Città del Messico o a New York, creare una società, assumere amministratori, mantenere le relazioni coi clienti poi, quando ti sarai espanso abbastanza, potrai quotare l’azienda in borsa, vendere le azioni e raggranellare milioni di dollari. Pensa”, continua il manager ormai in estasi finanziaria, “tra venticinque o trent’anni potresti essere il presidente di una grande holding, vendere pesce in tutto il mondo, comprarti ville, auto, terreni.
“Eh… bello… poi?”, chiede il pescatore divertito da tal delirio.
Poi arriverai alla pensione talmente ricco che potrai acquistarti una casa in riva al mare e finalmente passare il tempo con tua moglie o a giocare coi tuoi nipoti, riposarti, dormire ed uscire con gli amici...


Questa semplice storiella che gioca con l’idea contemporanea di lavoro e benessere, in cui per caso mi sono imbattuto, mi ha ricollegato al [leggibilissimo] libro di Paul Watzlawick che ho appena terminato: “Di Bene In Peggio. Istruzioni per un successo catastrofico” [Feltrinelli]. Quella che il businessman americano propone al rilassato pescatore sembra proprio somigliare ad una delle ipersoluzioni descritte da Watzlawick, ovvero una di quelle soluzioni definitive che, tentando di migliorare una situazione, finiscono col trasformala in catastrofe. Come spiega lui stesso nell’introduzione: “Caro Lettore! Esistono soluzioni per le quali non abbiamo ancora trovato una denominazione appropriata, e che si potrebbero forse chiamare ipersoluzioni. Il termine definisce un modo di affrontare i problemi che, pur essendo fondato sulle migliori intenzioni, finisce sempre con l’avere effetti controproducenti, più o meno nel significato espresso dal famoso bon mot dei medici: “operazione perfettamente riuscita, paziente deceduto.”