Sia ben chiaro:

Solamente una persona con gravi problemi psichici potrebbe ritenere questa accozzaglia di pensieri e parole come una testata giornalistica,anche perchè viene aggiornata senza alcuna periodicità.

NON PUO'PERTANTO CONSIDERARSI UN PRODOTTO EDITORIALE EX L.62 7/3/2001.



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mercoledì 14 marzo 2012

Money, it's a crime


Avere conservato l’amicizia con un bancario può, a volte, essere un vantaggio.
Non tanto per chiedere eventuali favori (del resto con un magro salario da pubblico dipendente, a differenza di quanto avveniva una ventina di anni fa, erano i bei tempi dei “pochi, maledetti ma sicuri”, adesso non ti vengono a cercare neanche i cani), ma per aver un osservatorio previlegiato su usi e costumi. Quindi, colgo la palla al balzo per andare a trovare il mio vecchio amico amico vecchio D., funzionario di banca sin da quando eravamo insieme alle elementari. Così, mentre siamo nel suo ufficio davanti ad una enorme tazza di caffè,  tutti intenti in complicatissime questioni di alta finanza (alias, la consultazione dei volantini dei centri commerciali per decidere quale pc egli debba comperarsi) capita pure questo. Entra il giovane funzionario, si pavoneggia col suo look che sarà anche costruito sui bigliettoni lasciati nell’Emporio dello stilista con l’aquila, ma addosso a lui sembra più rubato nel sonno ad un testimone di Geova, ed incurante della privacy sghignazza con D. : “Lo sai che Tizio è in difficoltà, alla banca concorrente gli hanno revocato il fido? Adesso non c’è più il paparino a parargli il culo, anche lui è in sofferenza”. Poi mi guarda, e salta su: “Beati noi poveracci, almeno siamo abituati al nostro tenore di vita, questi tipi invece non hanno capito che  a far la bella vita prima o poi si paga. E poi, per non parlare dei commercianti che non fanno gli scontrini…”.
Poveraccio sarai tu, penso.
Il mio amico lo fulmina. In mezzo secondo, ha infranto non so quante norme del codice etico. 

Lo prenderei a calci in culo, se potessi. Invece mi sa che  sarà lui a prendere a calci in culo me per il posto da direttore dell’agenzia”.
“ma dai, tu ormai sono trent’anni che sei qui”
Eh si, ma io pago lo scotto di non seguire il trend…
“Cioè? Spiegami”.
Più o meno, dobbiamo essere lecchini nei confronti di chi versa, cani rabbiosi nei confronti di chi preleva o chiede tempo per rientrare dallo scoperto
“E a chi chiede un mutuo?”
Ma chi, chiede un mutuo, oggi?”

Resto sconfortato. Empatizzo. Del resto, masticandone un po’ e contando sulla amicizia disinteressata di D. [non mi ha mai neppure per scherzo proposto di aprire il conto nella sua banca, si riterrebbe in conflitto di interessi con la nostra antica e consolidata amicizia], ho avuto la prova provata di come certi “rampanti” bancar(ellar)i non sappiano davvero un emerito nulla di quello che sono obbligati a consigliarti se si parla di investimenti e titoli in genere. Sfiorano il ridicolo arrampicandosi sugli specchi. La settimana scorsa hanno contattato mia mamma per proporle un qualcosa: lei ha un conto corrente del quale sono cointestatario; qualche migliaio di euro, non certo grosse cifre.
Allora mi sono finto interessato non alle loro proposte, ma allo swap della Grecia. Ho indossato una magnifica faccia di bronzo (non greco) sostenendo di avere presso un’altra banca un dossier titoli di altrettante (poche) migliaia di euro che avrei anche potuto trasferire da loro, e che al suo interno comprendeva anche titoli di Stato della Grecia. Fingendo una ignoranza abissale, mi sono fatto spiegare cosa sia uno swap, quali alternative potrebbero esserci non aderendo, cosa ci avrei rimesso delle mie obbligazioni senior subordinate, ed altre domande fintoingenue simili.  Quando mi sono sentito dire che ”le obbligazioni senior sono titoli a lungo termine emessi tanto tempo fa che stanno per giungere a scadenza” ed al mio inevitabile “E quindi?” mi sono sentito rispondere “poi decide lei se e come reinvestire, ma non si aspetti grandi cifre proprio perché roba vecchia” stavo scoppiando a ridere. Ma anche un po’ a piangere: perché se il sistema bancario, come diceva Greenspan “è come le vene del corpo umano, mentre i soldi sono il sangue”, allora devo arguirne che, con flebologi così, non c’è da stupirsi se il sistema non stia in piedi.

[poi alla fine D. l’ ha scelto, il computer:  lo stesso che aveva in mente da un mese, non voleva pareri o consigli, ma solo conferme alla sua teoria. L’ho detto che a sei anni era già un bancario.]

martedì 6 marzo 2012

Have a cigarette?


“Scusa, hai una sigaretta?”
In effetti, il ragazzo è malconcio, non occorre una gran scienza per capire che vorrebbe ben altro fumo, ma non riesco a dirgli di no. Una sigaretta non la si nega neppure ai condannati a morte, e tuttora a me è rimasto il rimpianto di non aver potuto accontentare mio padre, che fino all’ultimo minuto di lucidità prima di andarsene ne reclamava, implorava, pietiva almeno una.
Da allora non riesco a dire no, a nessuno, voglio pensarlo come omaggio postumo alla memoria, ecco. Chè poi, a pensarci, la sigaretta è un simulacro. Un piacere solitario, da consumare fra sé e sé, che rimane tale anche quando si fuma in gruppo, tipo fuori dal ristorante o quando un treno fa una sosta “tecnica” prolungata in una stazione. A differenza di altri tipi di fumo, come quello che magari il malconcio auspicava, che invece hanno nella condivisione del piacere un mezzo ed al tempo stesso un fine.  Ognuno ha un suo modo di celebrare il tabacco, fattori culturali ed ambientali fomentano le differenze. Dalle sigarette russe col filtro di cartone per essere fumate coi guanti, a quelle che io ho ribattezzato cotton fioc; dal modello Bogart, un’icona per molti di noi, alla sensualissima Marlene Dietrich; dalle atmosfere sognanti delle donne di Helmut Newton alle poverecriste cui il parroco scaglia anatemi in quanto le loro sigarette sono la prova provata dell'esistenza del Maligno. Per tacere dell’iconografia anni’50 (spero limitata nel tempo) della donna che fuma per strada e quindi è sicuramente un po’ zoccola…..
E non tutte le sigarette sono uguali: e non certo per questione di marca. Quella da pausa pranzo è veloce, nervosa; lenta e gustosa è quella che ti gratifica dopo uno sforzo fisico o mentale; ridanciana è quella che si fuma tra amici dopo un brindisi. C'è quella consolatoria, quella della rabbia, della noia, delle malinconie; c’è quella “irrinunciabile” dopo il caffè, quasi un rituale. C’è quella per “fare un po’ il figo”: ai tempi della mia gioventù erano un classico, i ceffi con il pacchetto delle Marlboro nelle maniche arrotolate della camicia. C’è quella usata con l’alibi del “fa digerire” dopo una abbondante libagione; come quella un po’ ruffiana che offri per bendisporre l’interlocutore o una ragazza.
E non a caso l’unico luogo pubblico dove si possa ancora fumare legalmente, in Italia, sono le carceri: il legislatore ha avuto il buonsenso di non scatenare, con un eventuale divieto, rivolte inimmaginabili. Dopodichè, occorrerebbe riflettere sul fatto che sia meglio essere schiavi di un vizio ed essere impediti dal metterlo in pratica, oppure essere autorizzati ad attuarlo, ma in condizioni di prigionia. O se, alla fine, certe mura in realtà imprigionano anche chi non si accorge di averne addosso incombenti ed evidenti: e sono, forse, quelle più difficili da abbattere.